IL “PENTITO” FARID BENYETTOU: LA DE-RADICALIZZAZIONE È UNA “MISSIONE POSSIBILE”

Tra i capitoli della vicenda senza fine legata a Charlie Hebdo e alle sue “vignette maledette”, poco conosciuto in Italia è quello che ha come protagonista Farid Benyettou, ex militante estremista noto come figura chiave nello “sviamento” dei fratelli Chérif e Saïd Kouachi, autori del massacro avvenuto il 7 gennaio 2015 presso la sede della rivista.

Nato nel 1981 a Parigi e di origine algerina, l’inglorioso passato da reclutatore e indottrinatore di “foreign fighters”, è costato a Farid sei anni di carcere, dal 2005 al 2011. Tra i giovani rimasti intrappolati nella cosiddetta “rete di Buttes-Chaumont”, il parco del 19° arrondissement di Parigi dove i militanti si riunivano sotto la sua guida, figurava Chérif Kouachi.

Farid ha poi intrapreso con successo un percorso di de-radicalizzazione ed è oggi impegnato in prima linea contro l’estremismo. Ripercorrere le tappe principali della sua storia, può aiutare nel discernimento dei “segni” e dei moniti che Allāh (swt) l’Altissimo ha voluto disseminare per i musulmani lungo la “Retta Via” (Sūrāh “Al Fātiha”, 1:7), come guida e insegnamento nella lotta serrata al virus del falso Islām propagato dall’estremismo.

L’EMIRO DEL 19° ARRONDISSMENT
Secondo il racconto dello stesso Benyettou nel libro autobiografico “Il mio Jihād: itinerario di un pentito”, l’inizio del suo “sviamento” risale ai tempi dell’adolescenza. Cresciuto in una famiglia musulmana nel 19° arrondissement, di cui diverrà “l’emiro”, l’infanzia viene ricordata come un periodo sereno, vissuto principalmente insieme alla madre e alle sorelle. Il padre era percepito come una figura distante, ma il piccolo Farid ne aveva stima e rispetto perché uomo onesto e integro, un modello per la sua religiosità e per la fedele osservanza dei principi dell’Islām.

Tanto era importante per Farid il punto di riferimento paterno, che è stata un’incrinatura nel rapporto tra i due a indurlo fuori strada, lungo la via sbagliata della radicalizzazione. L’improvvisa discesa del padre nell’alcolismo, a seguito della morte della madre, provoca in Farid una reazione di shock: “Da quel momento ho sentito che non poteva importarmi più nulla, la sua autorità era finita là. […] Non avevo più una figura paterna”. È così che il 14enne, spinto dall’impulso a voler essere un uomo retto e corretto, moralmente “diverso da lui”, si dirige in cerca di nuovi punti di riferimento verso le ingannevoli sponde dell’estremismo. Tutta opera di Iblīs, il Satana nemico di Allāh (swt)?

A giudicare dal percorso di trasformazione che porterà un adolescente di spiccata intelligenza, profondo e riflessivo, ad assumere le sembianze di un pericoloso terrorista, la risposta è affermativa. Iblīs ha individuato in Farid il soggetto ideale da sfruttare per l’esecuzione dei suoi piani di “sviamento” dalla “Retta Via” (Sūrāh “Al Fātiha”, 1:7) di altri giovani appartenenti alla seconda e terza generazione, chiudendogli il cuore e sovvertendo nella loro mente la comprensione di che cos’è realmente il Jihād: dallo “sforzo” di perfezionamento spirituale e interiore richiesto da Allāh (swt) per la propria salvezza, all’uso della violenza, anche la più efferata, per infangare l’Islām, seminando morte e distruzione in suo nome, minare l’unità della Ummah e condurre i musulmani alla dannazione.

L’assidua frequentazione di ambienti radicali fa sì che Farid interiorizzi in breve tempo il “discorso” estremista, che ne manipola totalmente il modo di essere, la forma mentis e i comportamenti. Indossa regolarmente il qamis (abito lungo) e il kufi (copricapo) non in quanto indumenti musulmani tradizionali, ma come sfoggio di un’appartenenza identitaria contrapposta alla società che lo circonda, nel caso quella francese, in linea con le strategie dell’estremismo per ostacolare e impedire l’integrazione. Farid crede di essere “più musulmano di tutti” e, circondato da figure che sostituiscono quella paterna come punto di riferimento, non si rende conto di essere un burattino nelle mani d’Iblīs.

Lo studio dell’arabo e dei testi religiosi, naturalmente attraverso la lente manipolatrice dell’estremismo che ne distorce il significato autentico, fa di lui una referenza per i compagni di scuola musulmani, anche quelli non osservanti, che lo ammirano per il presunto “coraggio nel comportarsi come un vecchio saggio”. Nelle ore di ricreazione, risponde alle loro domande e capisce di avere la vocazione per il proselitismo. I suoi discorsi hanno una grande influenza sui compagni, ma riflettono le dottrine radicali di cui è imbevuto e destano perciò all’allarme tra gli insegnanti, che cercano di farlo smettere, fino a minacciare l’espulsione dalla scuola.

La minaccia viene però interpretata da Farid come una forma di “rigetto” dell’Islām da parte della società francese, uno degli elementi di propaganda su cui più insistevano i “cattivi maestri” che frequentava in moschee e circoli estremisti, e coglie così l’occasione per bruciare completamente i ponti con il mondo nel quale era nato e cresciuto, rivoltandosi contro di esso. È infatti lo stesso Farid ad abbandonare la scuola, prima che potessero giungergli provvedimenti ufficiali di espulsione.

Si tratta di un nuovo momento spartiacque. La frattura con la società francese è ormai insanabile, aggravata dal conflitto scatenato dagli estremisti del Gruppo Islamico Armato (GIA) in Algeria per il quale Farid parteggia, e la percezione che l’Occidente in generale sia in guerra contro i musulmani, ne determina la deriva definitiva da ālīm radicale in erba a militante di Al Qāʿida. Una deriva riconoscibile anche attraverso la tipologia di vestiario adottata, decisamente più militaresca con l’utilizzo della kefiah.

Farid vuole solo combattere. Come ammetterà in seguito, “la mia conoscenza della religione era molto limitata, il comportamento dei musulmani nella vita di tutti i giorni non m’interessava, come in realtà non m’interessava il rapporto con Dio. Tutto quello che m’interessava era combattere, tutta la discussione si svolgeva attorno a questo”. Una dimostrazione di come Iblīs fosse riuscito ingannevolmente a rimuovere il perfezionamento spirituale e interiore dall’orizzonte del suo Jihād, sostituendolo con la legittimazione della violenza, la più assoluta indifferenza per le morti e le sofferenze provocate, e il culto per la propria stessa morte, sebbene il Qu’rān proibisca a chiare lettere il suicidio: “Non uccidetevi da voi stessi” (Sūrah “An-Nisā’”, 4:29).    

Avido utente di siti web qaedisti e galvanizzato dagli attentati dell’11 settembre, accolti con “immensa gioia” e “profonda euforia”, Farid sviluppa una linea di predicazione estremista personale, particolarmente bellicosa e incentrata sul ricorso alla violenza come dovere religioso. All’apice della radicalizzazione, grazie al suo carisma attrae a sé un circolo di adepti, denominato “rete di Buttes-Chaumont”, fucina di aspiranti terroristi fascinati da Al Qāʿida come Chérif Kouachi. Nel parco corrono per allenarsi al campo di battaglia, apprendono come s’imbraccia un kalashnikov e ascoltano i sermoni dell’“emiro” Benyettou, improvvisato imam e addestratore militare, in vista del loro viaggio senza ritorno in Iraq.

DESTINI DIVERSI MA INCROCIATI
Probabilmente per le comuni radici algerine, Farid instaura con Chérif un forte legame, che coinvolge anche il fratello di quest’ultimo, Saïd. Per un certo periodo di tempo, i tre avrebbero persino vissuto insieme nella stessa abitazione a Parigi. La “rete di Buttes-Chaumont” viene smantellata nel 2005 e Farid viene arrestato, con l’accusa di aver inviato almeno una dozzina di “foreign fighters” in Iraq. Dietro le sbarre finisce anche Chérif, fermato mentre poco prima che riuscisse a partire. La condanna è rispettivamente a 8 e 3 anni di carcere.

Durante un interrogatorio, Chérif confessa alla Corte: “Grazie a Farid i miei dubbi sono scomparsi. Farid ha chiaramente influenzato la mia decisione di partire, perché ha fornito una giustificazione alla mia futura morte”. E ancora: “Farid mi disse che le scritture offrivano la prova della bontà degli attacchi suicidi. È scritto nelle scritture che è bello morire martiri”. Dichiarazioni che offrono la misura di quanto Farid, nelle vesti di “sviatore” dopo essere stato “sviato” egli stesso, fosse riuscito a fare breccia nella psiche di Chérif, distogliendolo del tutto dalla vita mondana tipica dei giovani delle banlieue, fatta di musica rap, droga e microcriminalità, non perché potesse approfondire realmente quella spirituale camminando sulla “Retta Via” (Sūrāh “Al Fātiha”, 1:7) di Allāh (swt), ma per tramutarlo in un attentatore suicida al servizio d’Iblīs.

Dalle dichiarazioni traspare, inoltre, la totale “ignoranza” del Qu’rān, e pertanto dei principi e del messaggio dell’Islām autentico, da parte di Chérif, il quale era persuaso erroneamente che uccidendo gli altri e anche se stesso avrebbe compiaciuto Allāh (swt), basando il proprio convincimento sulla fallace predicazione di Farid, che era inconsapevolmente “ignorante” a sua volta. Persi e immersi nella radicalizzazione, né Farid né Chérif potevano rendersi conto della loro condizione d’“ignoranza”, come accade tipicamente in ogni militante estremista pronto all’azione terroristica, anche suicida.

Il carcere separa il percorso di vita di Farid e Chérif, ma i due destini s’incroceranno ancora successivamente con l’attentato a Charlie Hebdo, frutto dei tragici sviluppi della militanza estremista di Chérif.

DAL CARCERE A CHARLIE HEBDO
Al contrario di Farid, nel quale la reclusione suscita ripensamenti e crisi di coscienza, Chérif trova nel penitenziario di Fleury-Mérogis un nuovo mentore, la cui nefasta influenza sarà determinante nell’impedirne il distacco dalla dimensione estremista, favorendo invece il prosieguo della sua tragica e sanguinosa “carriera” da terrorista. Si tratta del militante algerino Djamel Beghal, considerato un “mito” da giovani radicalizzati come Chérif.

Già associato al GIA, Beghal arriva in Francia alla fine degli anni’ 80 dove inizia l’apprendistato negli ambienti radicali diffusi nel paese. Si reca poi in Gran Bretagna, entrando in contatto tra gli altri con il famigerato “predicatore dell’estremismo”, Abu Qatada, affiliato ad Al Qāʿida. L’esperienza londinese fa da trampolino per i suoi viaggi negli ambienti radicali di Germania, Belgio e Spagna, fino all’approdo in Afghanistan e Pakistan. Alla corte di Al Qāʿida, incontra Osama Bin Laden e Ayman Al Zawahiri, e riceve addestramento, specie nell’uso di esplosivi. Arrestato ad Abu Dhabi nel 2001 ed estradato in Francia, riceve una condanna a 10 anni per la pianificazione di attentati in territorio francese su committenza dei vertici qaedisti.

Rinchiuso a Fleury-Mérogis, Beghal conosce Chérif, di cui diviene ben presto guida spirituale e all’azione terroristica, prendendo il posto di Benyettou. Fatalmente, nello stesso penitenziario si trovava anche Amédy Coulibaly, giovane di origine maliana, colpevole di rapina a mano armata in una banca e convertito al virus dell’estremismo da Chérif. È lì che ha inizio il loro sodalizio, “benedetto” da Beghal e culminato negli attacchi congiunti del 7 gennaio 2015, quando Coulibaly prende d’assalto un supermercato kosher, mentre i fratelli Kouachi sono impegnati presso la sede di Charlie Hebdo.

Uscito di prigione nel 2008, Chérif torna a frequentare gli ambienti radicali di provenienza, con un odio e un risentimento ulteriormente esacerbati dalla “cura” di Beghal. Stessi sentimenti animano Coulibaly, a sua volta rimesso in libertà. Nel 2009, in seguito a varie vicissitudini processuali, Beghal viene trasferito in una località dell’Île-de-France in attesa dell’espulsione in Algeria. A Murat, questo il nome della località, Beghal lavora a un piano volto a far evadere Smaïn Aït Ali Belkacem, il membro del GIA agli arresti per l’attacco terroristico dinamitardo alla metro di St. Michel a Parigi nel 1995 (8 morti). Al piano collaborano anche Chérif, insieme al fratello Saïd, e Coulibaly, che si recano regolarmente a Murat per incontrare Beghal.

La trama viene sventata e Bughal riceve una nuova condanna a 10 anni nel dicembre 2013. I fratelli Kouachi non sono incriminati, mentre a Coulibaly spettano 5 anni di prigione. L’anno successivo, tuttavia, la sentenza subisce un ribaltamento e Coulibaly viene scarcerato. Il fatidico 7 gennaio 2015 sarebbe arrivato di lì a poco.

LA DE-RADICALIZZAZIONE DI FARID BENYETTOU
Per Farid Benyettou, le vicissitudini carcerarie preparano invece il terreno alla piena de-radicalizzazione. Fattore decisivo è risultata la creazione attorno all’“emiro” del 19° arrondissement di un ambiente “sano”, non contaminato dal virus dell’estremismo. Odio e risentimento covavano anche in Farid inizialmente, ma con il passare dei mesi, l’assenza di contatti con detenuti radicali e l’interazione con il personale e con detenuti estranei alla militanza estremista, innescano in lui un processo di profonda riflessione introspettiva, che lo porta a mettere in discussione le convinzioni ideologiche precedenti, insieme a quello che era stato il suo modo di essere, di pensare e di agire.

“A cosa servono gli attentati suicidi? Sono di qualche utilità?”: la risposta a cui giunge è negativa, “la prima falla nelle mie certezze”, scriverà nel libro “Il mio Jihād: itinerario di un pentito”. Comincia inoltre a interrogarsi sul motivo della sua “indifferenza verso la morte e la sofferenza di tante persone”. “La realtà è che a poco a poco ci deumanizzano totalmente”, dirà qualche anno dopo in un’intervista.

Farid si apre così al “mondo” con il quale si sentiva in guerra, avviando un nuovo percorso di vita con passione e spirito positivo. Riprende gli studi, conseguendo il diploma di maturità, pratica sport, gioca e socializza con gli altri detenuti. Lontano dall’influsso malsano dell’ideologia estremista, si sente sempre meglio. È un uomo che si sta finalmente liberando della radicalizzazione, pur restando un vero “credente” musulmano: uno sviluppo inaccettabile per il suo vecchio gruppo del 19° arrondissement, che decide d’intervenire.

Farid viene pertanto raggiunto da detenuti radicali, che lo rimproverano di aver abbandonato il Jihād e di essere diventato un “miscredente”, un tradimento che avrebbe pagato con l’“inferno” e la dannazione eterna, mentre rinfocolano in lui l’odio e il risentimento verso la società francese e l’Occidente. Fortemente condizionato, Farid rientra nei ranghi della militanza estremista, ma sembra arrendersi solo esteriormente. Dentro di sé è invece in corso la “battaglia più grande”, come viene definita in un Hadīth del Profeta (saw): è il Jihād interiore, quello vero, che Farid combatte per sconfiggere una volta per tutte il virus dell’estremismo che continua ad assalirlo.

Tra alti e bassi, ricadute e passi in avanti, Farid prosegue la sua “battaglia più grande” al di fuori del carcere, da cui esce nel 2011 con 2 anni di anticipo per buona condotta. Tornato nel “mondo”, trova ad accoglierlo un servizio televisivo che ne ricorda l’appartenenza alla “rete di Buttes-Chaumont”. Il suo volto è sugli schermi di tutta la Francia e il timore d’incorrere nella rappresaglia dei familiari dei “foreign fighters” che aveva convinto ad andare in Iraq, lo induce a ricercare protezione negli ambienti radicali del 19° arrondissement. Aveva giurato di non rivedere più i compagni di militanza d’un tempo, ma non ha ancora metabolizzato completamente la propria esperienza per dare un taglio un netto con il passato. Le circostanze lo riportano così al punto di partenza: è infatti lì, nel campo del nemico, che Farid è chiamato a vincere definitivamente la sua “battaglia” contro l’estremismo figlio d’Iblīs.

Reintegrato nel feudo estremista del 19° arrondissement, Farid viene messo a insegnare nella moschea, ma dimostra di non essere più il giovane “emiro” imbevuto d’ideologia che predicava il ricorso alla violenza. Grazie a una lettura più attenta del Qu’rān e della Sūnnāh del Profeta (saw), aveva scoperto la più assoluta antiteticità rispetto all’Islām autentico degli attenti suicidi e di tutta la propaganda manipolatoria del discorso radicale di cui era stato fanatico sostenitore. Con coraggio, mette quindi apertamente in discussione le tesi estremiste, criticando l’indifferenza dei militanti verso la morte dei civili. Non è più uno di loro e decide di prendere le distanze per sempre dagli ambienti radicali, trovando nello stato francese un alleato fondamentale.

Come “Jihad senza Spada” ha ripetutamente sottolineato, l’“ignoranza” dell’ultra-secolarismo ideologico tipico della tradizione francese ha contribuito significativamente alla radicalizzazione di generazioni di musulmani, finendo per assecondare i piani dei “predicatori dell’estremismo”. Basti pensare all’insistenza sull’abolizione del velo e sulla difesa a oltranza di Charlie Hebdo, frutto di una malintesa nozione di laicità e di libertà d’espressione. D’altro canto, lo stato francese ha dimostrato di voler sostenere nel migliore dei modi giovani come Farid nella loro “battaglia” contro l’estremismo, affinché completino il proprio percorso di de-radicalizzazione integrandosi pienamente nella società.  

Farid stringe così la mano tesa nei suoi confronti dallo stato francese, che lo motiva a proseguire gli studi e a specializzarsi come infermiere. Rivede la famiglia e gli amici del liceo, sente di essersi “riconciliato” con il mondo circostante e di “avere una patria”. “Nonostante il mio passato, ho potuto studiare e sono diventato infermiere. Mi hanno accolto a braccia aperte”, ha spiegato. L’estremismo è finalmente fuori dalla sua vita.

Con l’attentato a Charlie Hebdo, il passato torna però a bussare alla porta di Farid. I media infatti lo indentificano immediatamente come il capo della “rete di Buttes-Chaumont” e “mentore di Chérif Kouachi” (va osservato che i media francesi non hanno posto la stessa enfasi sulla figura di Djamel Beghal).

Travolto nuovamente dalle polemiche, la reazione di Farid è diversa da quella avuta non appena uscito dal carcere. Ora è un uomo completamente libero, che ha acquisito la forza necessaria a combattere in prima linea il “mostro” che nella sua vita è riuscito a sconfiggere, ma che non dà segnali di tregua alla società francese.

Si rivolge così alle autorità, desideroso di offrire un contributo sia alle indagini relative all’attentato, che ai programmi di de-radicalizzazione di cui egli stesso aveva beneficiato. Inoltre, affronta senza timore l’opinione pubblica, avviando un incessante lavoro di divulgazione, fatto di interviste, documentari, apparizioni televisive, pubblicazioni. La sua vicenda di “pentito”, raccontata nei minimi dettagli, diventa un messaggio vivente indirizzato ai tanti giovani delle banlieue che rischiano di essere “sviati” e in generale a tutti i musulmani in Francia, affinché non cadano nell’inganno dell’estremismo.

Al processo nei confronti dei 14 militanti accusati di aver aiutato sia i fratelli Kouachi, che Amédy Coulibaly, è stato Farid il testimone che ha attratto maggiormente l’attenzione dei media. La vicenda giudiziaria si è conclusa nel dicembre 2020, con condanne degli imputati che vanno dai quattro anni di carcere all’ergastolo, ma nelle cronache è rimasta in primo luogo la sua deposizione. Davanti alla Corte, Farid ribadisce quanto già ripetutamente dichiarato, vale a dire di considerarsi il “responsabile morale” del massacro di Charlie Hebdo, in ragione del ruolo svolto nell’indottrinamento dei fratelli Kouachi, e di Chérif in particolare, chiedendo “perdono” ai familiari delle vittime.

I familiari, tuttavia, lo accusano sia di falsa testimonianza che di falso “pentimento”, accuse che gli vengono mosse anche da una parte dei media e dell’opinione pubblica. Ad essere oggetto di contestazioni è l’attendibilità della versione fornita da Farid durante il processo, confermata nelle pagine del libro “Il mio Jihād: itinerario di un pentito”, stando alla quale avrebbe più volte cercato, negli anni che hanno preceduto il massacro, di persuadere Chérif ad abbandonare la militanza estremista, scontrandosi però con il rifiuto categorico dell’ex discepolo. Per i familiari, simili tentativi non sarebbero mai avvenuti, mentre il “pentimento” non sarebbe altro che un’operazione opportunistica di ripulitura della propria immagine.

IL RUOLO DEI “PENTITI”
Solo “Allāh conosce quello che celano i cuori” (Sūrah “Al ‘Imrān”, 3:154), pertanto solo Allāh (swt), “il Migliore dei giudici” (Sūrah “Al-An‘ām”, 6:57; Sūrah “Al A‘rāf”, 7:87), può stabilire l’autenticità della fede, come del “pentimento” di qualunque persona. Dalla limitata visuale umana, non si può quindi escludere del tutto che Farid si sia “pentito” solo o principalmente per convenienza. E per completezza d’informazione, non si può sorvolare su alcune esternazioni di Farid, come lo sfoggio della spilla “Je suis Charlie”, da considerarsi eccessivo e persino dannoso, non contribuendo dal punto di vista musulmano a una presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica francese della malintesa idea di libertà di espressione insita nella pubblicazione delle vignette sul Profeta Muhammad (saw).

Smania di riabilitarsi e di ripulire la propria immagine, conformandosi al trend del momento? Su questo punto, i familiari delle vittime del massacro, implicate in un difficile “sforzo” di metabolizzazione dell’esperienza di sofferenza e dolore dovuta alla perdita dei propri cari, potrebbero avere almeno parzialmente ragione.

Al contempo, non vi sono dubbi sulla veridicità della testimonianza di Farid nel mettere a nudo l’inganno dell’estremismo. “Quando mi sono unito al discorso radicale”, afferma in un’intervista, “pensavo davvero che fosse l’unica alternativa credibile per cambiare il mondo, contro tutte le ingiustizie. La realtà è completamente diversa”. “Ciò che li ha guidati a tutto questo è solo l’ignoranza”, riferendosi ai fratelli Kouachi. “Bisogna far comprendere il messaggio che l’Islām condanna tutti gli atti di violenza che sono stati compiuti senza eccezione. Non credete che l’Islām legittimi i vostri atti, al contrario li condanna”.

Figure certamente complesse, gli ex militanti come Farid Benyettou possono dimostrarsi risorse di valore inestimabile per la prevenzione della radicalizzazione, il contrasto al “discorso” estremista e il buon esito dei percorsi di de-radicalizzazione. Il loro esempio può ispirare percezioni e comportamenti in senso positivo, rafforzando gli anticorpi al virus dell’estremismo a livello sia individuale che comunitario.

“Voltare pagina è possibile”, ecco l’incoraggiamento di Farid rivolto ai militanti di oggi. Pentitevi, dunque, e rincamminatevi sulla “Retta Via” (Sūrāh “Al Fātiha”, 1:7) di Allāh (swt) l’Altissimo, impegnandovi attivamente contro Iblīs e la sua incessante opera di “sviamento” dei musulmani. Tornate nella Ummah, siete i benvenuti.

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