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Trascorso anche questo “primo maggio” italiano, immerso nella jahilliyah più profonda, è opportuno da un punto di vista islamico riflettere sul tema alla base della ricorrenza: il lavoro. Non per unirci alle celebrazioni, trattandosi di una festività pagana a cui aderire è haram, ma perché il lavoro occupa una posizione centrale nel Dīn dei musulmani.
Il lavoro è infatti una responsabilità che ogni credente è tenuto ad assolvere nel corso della vita terrena. Come Allahﷻ ricorda ai Suoi servi nel Sacro Corano: “Cerca, con ciò che Allāh ti ha dato, la dimora dell’Aldilà, e non trascurare la tua parte in questo mondo” (sūrat al-Qasas, 28:77).
I musulmani sono pertanto chiamati a trovare un giusto equilibrio (wasatiyyah) tra gli obblighi religiosi, come la preghiera (salāh), e la partecipazione attiva alla vita sociale ed economica.
Una fede che non produce frutti nella dunyā risulta sgradita ad Allahﷻ, che preferisce invece musulmani operosi, non inclini all’inerzia o alla passività. Egli afferma che “l’uomo non ottiene se non ciò per cui si sforza” (sūrat an-Najm, 53:39), incoraggiando così il credente a un impegno concreto nella costruzione della propria esistenza, della quale il lavoro costituisce una dimensione fondamentale.
Il Profeta Muhammadﷺ disse: “Nessuno ha mai mangiato cibo migliore di quello guadagnato con il lavoro delle proprie mani” (Sahih al-Bukhari, 2072). Un tale insegnamento mette in luce il sacrificio come valore e il rispetto per tutti i tipi di lavoro, inclusi quelli manuali, spesso sminuiti e ritenuti erroneamente meno dignitosi.
Il lavoro è dunque nell’Islam sia un mezzo per l’auto-sostentamento che per contribuire al bene comune, lungo la “retta via” (sirāt al-Mustaqīm) che conduce ad Allahﷻ. Beninteso, ciò vale quando il lavoro è compiuto con intenzione sincera (niyya) e in conformità a quanto è stato stabilito come halāl.
La Sharīʿa, giova sempre ricordarlo, vieta categoricamente l’usura (ribā – sūrat al-Baqara, 2:275) e il commercio di prodotti illeciti (Sunan Abī Dāwūd, 3488, ḥasan/sahīh), condannando “coloro che frodano” (sūrat al-Mutaffifīn, 83:1), ad esempio imbrogliando sui prezzi, i pesi e le misure (sūrat al-Mutaffifīn, 83:2-3), o che non rispettano i patti (sūrat al-Mā’ida, 5:1).
L’etica islamica attribuisce diritti e doveri sia al datore di lavoro sia al lavoratore. Entrambi sono chiamati a essere giusti, non cadendo in comportamenti scorretti. Il datore deve evitare ogni sfruttamento, pagando il lavoratore tempestivamente, “prima che il suo sudore si asciughi” (Sunan Ibn Majah, 2443, hasan), e senza ritardi immotivati, garantendogli un congruo corrispettivo economico e la sua sicurezza sul posto di lavoro. Inoltre, deve affidare gli incarichi secondo criteri meritocratici, senza favoritismi e iniquità. D’altro canto, il lavoratore è tenuto a svolgere correttamente i compiti assegnati (amānah).
Le questioni che chiamano in causa il nesso tra Islam, musulmani e lavoro, sono in Italia di sempre più stretta attualità. E non potrebbe essere altrimenti, considerando che i lavoratori musulmani nel paese si attestano ormai attorno al milione: una cifra in costante crescita, che comprende oltre 300 mila imprenditori, i quali, a loro volta, danno lavoro a un numero sempre maggiore di non musulmani, italiani di nascita compresi.
Che Allahﷻ metta allora barakah nella recente iniziativa dell’UCOII, che in una nota alla stampa ha rivendicato il riconoscimento per i lavoratori musulmani in Italia di diritti che finora gli sono stati negati.
L’UCOII ricorda opportunamente l’esistenza di “diritti legati alla dimensione spirituale che la Costituzione tutela all’articolo 19, ma che nel mondo del lavoro restano spesso lettera morta”.
Il riferimento è al mancato ottenimento di vacanze retribuite in occasione di festività come il Ramadan o ʿĪd al-Fitr, a differenza di quanto avviene per Natale e Pasqua, nonché alla difficoltà di ottenere permessi per recarsi in moschea il venerdì in occasione della salāt al-Jumuʿah.
La problematica comprende inoltre le enormi difficoltà che vengono ancora riscontrate nello svolgimento delle preghiere quotidiane o nell’accesso a cibo halāl.
Si tratta di situazioni che determinano una grave discriminazione nei confronti dei musulmani e che richiedono un intervento al fine di garantire effettivamente giustizia e uguaglianza, nel rispetto del principio di una Repubblica realmente fondata sul lavoro.
