ZAKIR NAIK: NIENTE “MENZIONI D’ONORE”, MA FUORI DALLA “UMMAH”

Una “menzione d’onore” nella categoria “predicatori e guide spirituali” per il famigerato guru indiano dell’estremismo, Zakir Naik. Chi ha il copyright di una simile aberrazione? Né l’ISIS, né Al Qāʿida, come si potrebbe pensare a prima vista, bensì il Centro Reale di Studi Strategici Islamici (Royal Islamic Strategic Studies Centre), affiliato al blasonato Istituto Reale “Aal al-Bayt” per il Pensiero Islamico (Royal “Aal al-Bayt” Institute for Islamic Thought), entrambi acquartierati ad Amman, Giordania, ed emanazione diretta della monarchia hashemita, sebbene si auto-qualifichino entrambi come enti “indipendenti”. Va osservato che la Corona giordana ha realizzato nel recente passato importanti iniziative nel campo degli affari religiosi, volte a promuovere un approccio “moderato” all’Islām in contrapposizione all’estremismo (tra le principali, l’Amman Message, il World Interfaith Harmony Week, la lettera Common Word).

Perché allora tanta buona pubblicità a un “cattivo maestro” del calibro di Zakir Naik?

“I 500 MUSULMANI”

La risposta alla domanda sta nella pubblicazione annuale del Centro Reale di Studi Strategici Islamici che mette in evidenza, elencandoli, “I 500 musulmani più influenti al mondo”. I rapporti, la cui prima edizione risale al 2009, presentano evidenti incongruenze e ambiguità, malgrado la direzione scientifica sia affidata a gruppi di lavoro composti da illustri studiosi ed esperti. La causa principale è il criterio di selezione adottato, che non distingue se le personalità “musulmane” (o presunte tali) individuate esercitino un’influenza positiva o negativa.

Di qui, un miscuglio di nomi a dir poco eterogenei, che pone sullo stesso piano, a prescindere dalla posizione conseguita, figure che nei loro ambiti di competenza si sono contraddistinte per aver operato effettivamente secondo i principi e l’essenza del vero Islām, e figure che l’Islām invece lo hanno sottomesso a logiche politiche e di potere, di volontà di potenza e persino di violenza.

Rappresenterebbe certamente un servizio migliore a beneficio della “Ummah”, mettere in contrasto casi concreti di “ipocriti” e “sviati” con esempi di autentica virtuosità islamica nei vari campi dell’esistenza terrena in cui i musulmani sono impegnati: affari religiosi e politica, accademia ed economia, scienza e tecnologia, mass media, arte e cultura, solidarietà e filantropia, sport e altro ancora.

L’approccio prescelto ha piuttosto condotto alla sconfortante celebrazione, nell’edizione 2021, di un podio composto dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, da re Salman Bin Abdul-Aziz Al Saud e dal “leader supremo” iraniano, Ali Khamenei. Mentre nella top 50 appaiono figure come lo sheikh Yusuf Al Qaradawi e Seyyed Hasan Nasrallah, collocatisi rispettivamente al trentunesimo e al ventesimo posto.

Con qualche variazione nella graduatoria a seconda dell’anno, sono questi i leader che nell’ultimo decennio hanno esercitato una maggiore influenza “su una comunità o per conto di una comunità” nel “Mondo Musulmano”. Una valutazione ahimè realistica, che fornisce la cifra dell’avvelenamento subito dal sistema circolatorio islamico ad opera dell’estremismo.

Anche per considerazioni di tipo politico, il Centro Reale di Studi Strategici Islamici si è ben guardato finora dall’analizzare i risultati dello studio dal punto di vista “qualitativo”, scansando ogni responsabilità con la seguente precisazione: “La selezione delle persone per questa pubblicazione non significa in alcun modo che approviamo le loro opinioni; […] stiamo semplicemente cercando di misurare la loro influenza”.

Se ciò, purtroppo, è coerente con l’inclusione tra i 500 anche di soggetti che non rappresentano in alcun modo esempi di virtuosità islamica da imitare, la rilevanza attribuita nei rapporti a Zakir Naik, esula dalla già discutibile metodologia applicata. Che Naik continui a esercitare un’enorme (e nefasta) influenza nel “Mondo Musulmano” è un dato di fatto, che gli vale posizioni di classifica avanzate, sempre a ridosso dei primi 50. Ma perché conferirgli una “menzione d’onore” per le sue doti di “predicatore”, figura che i rapporti definiscono come colui che “fa affidamento sul carisma per ispirare milioni di persone utilizzando i mezzi di comunicazione”?

2021

Naik è sì un predicatore, ma dell’estremismo, poiché negli ultimi 30 anni con i suoi sermoni e invettive ha “sviato” una miriade di musulmani in tutti i continenti, specie le nuove generazioni, contribuendo concretamente ad alimentare il fenomeno della radicalizzazione, viatico per l’azione terroristica. Non è certo un caso che il suo sia un nome ricorrente in indagini relative ad attentati compiuti o sventati, quale ispiratore ideologico e motivazionale di militanti appartenenti sia all’ISIS che ad Al Qāʿida.

Una “menzione d’onore” ha una connotazione intrinsecamente positiva e per Zakir Naik equivale a un riconoscimento alla “carriera”, che oltretutto la pubblicazione promossa dal Centro Reale di Studi Strategici Islamici gli conferisce ininterrottamente dal 2011. Ciò non va molto oltre gli intenti dichiarati della stessa pubblicazione? Non contrasta con l’impegno della Corona giordana contro l’estremismo?

2011

CHI È DAVVERO ZAKIR NAIK
Laureato in medicina, ma forgiatosi al contempo come predicatore radicale all’interno delle fucine dell’estremismo indiano, le “performance” davanti a vasti uditori in raduni e incontri appositamente organizzati, hanno fatto di Zakir Naik una “referenza” per le nuove generazioni di musulmani prima nel Subcontinente e poi nel resto dell’Asia, ma anche in Medio Oriente, Africa ed Europa, Italia compresa.

Intrapresa la carriera di “sviatore” a partire dagli anni ’90, le sue conferenze pubbliche in lingua inglese e urdu venivano trasmesse su reti via cavo nei quartieri musulmani di Mumbai e circolavano poi ampiamente attraverso videocassette, CD-DVD o su internet. La consacrazione internazionale è avvenuta grazie alla potenza divulgatrice di Peace TV, canale televisivo satellitare fondato nel 2006 dallo stesso Naik: un pulpito personale capace di raggiungere i quattro angoli della terra, superando i 200 milioni di spettatori.

Con la citazione coranica sempre pronta, sia da strumentalizzare a sostegno delle proprie tesi, che per impressionare il pubblico, Naik non è altro che un ingannevole “parolaio”, abile nel veicolare il tipico “discorso” radicale, senza coniugarlo esplicitamente al militantismo estremista. In tal modo, è riuscito a respingere le accuse di supportare direttamente il terrorismo, pur fiancheggiandolo sotto il profilo ideologico.

La prova inconfutabile che il “discorso” di Naik mirasse implicitamente alla radicalizzazione dei suoi ascoltatori, è fornita da una sua lectio su Osama Bin Laden impartita in un auditorium a numerosi giovani indiani accorsi per ascoltarne la “parola”. L’evento, riportato in un video, risale al 2006, ma stando a Naik si sarebbe verificato antecedentemente, alla metà degli anni ’90: una menzogna volta a giustificare la mancata condanna degli attentati dell’11 settembre, sebbene le forti critiche mosse alla campagna dei “media occidentali” contro il regime talebano in Afghanistan collochino inequivocabilmente la lectio dopo il 2001.

In ogni caso, a prescindere dalle questioni temporali, il video mostra Naik sbilanciarsi chiaramente a favore del “jihād con la spada” lanciato dal fondatore di Al Qāʿida a suon di bombe, attentati pirotecnici e stragi. Alla domanda pertinente di uno dei giovani ascoltatori, che innocentemente gli chiede “cosa si sta facendo per correggere le concezioni sbagliate che hanno gli stessi musulmani, e per dire a Bin Laden e ai talebani che con il loro operato stanno danneggiando l’Islam”, Naki risponde piccato: “Che Osama Bin Laden e i talebani stanno danneggiando l’Islam, è una tua opinione”, eludendo naturalmente la prima parte del quesito e rilanciando con un versetto del Corano recitato a memoria:

O credenti, se un malvagio vi reca una notizia, verificatela, affinché non portiate, per disinformazione, pregiudizio a qualcuno e abbiate poi a pentirvi di quel che avrete fatto (Sūrah “Al Hujurat”, 49:6).

Secondo la versione di Naik, Bin Laden e i talebani sarebbero dunque vittime della disinformazione dei “media occidentali”, che riportano notizie false allo scopo di diffondere una percezione negativa che non troverebbe riscontro nella realtà. “Bombardamento in Nigeria, è stato Bin Laden, dicono i media occidentali. Sarà vero? Non lo sappiamo. Ma se vuoi sapere la mia opinione, se Bin Laden sta combattendo i nemici dell’Islam, allora io sono con lui”, afferma perentorio. “Non lo conosco personalmente, non sono in contatto con lui, leggo solo i giornali. Ma se Bin Laden sta terrorizzando i terroristi, se sta terrorizzando l’America terrorista, io sono con lui. Ogni musulmano dovrebbe essere un terrorista”.

“Ogni musulmano dovrebbe essere un terrorista”, ecco gli insegnamenti del “cattivo maestro” messi poi effettivamente in pratica dai “discepoli” una volta “sviati”. Le indagini sull’attacco avvenuto il 2 luglio 2016 a Dhaka, capitale del Bangladesh (20 morti, di cui 9 italiani), hanno confermato il ruolo determinante svolto da Naik nella radicalizzazione degli autori, indotti al folle gesto anche dalle prediche infuocate trasmesse su Peace TV e sui social network, nonché da discorsi precedenti, come, guarda caso, quello relativo a Bin Laden. Uno dei terroristi aveva infatti rilanciato sulla sua pagina Facebook la frase fatidica: “Ogni musulmano dovrebbe essere un terrorista”.

Spiega la scrittrice di origini bangladesi, Taslima Nasreen, che “molti aspiranti terroristi sono incitati da Zakir Naik. [Naik] Non ha il machete in mano, ma ad imbracciare i machete sono i suoi seguaci”. Per contrastare l’opera di “sviamento” dei giovani da parte di Naik, le autorità locali hanno bandito Peace TV, giudicata non “coerente con la società musulmana, il Corano, la Sunnāh, gli Hadīth, la Costituzione del Bangladesh, la nostra cultura, costumi e rituali”. Il canale era già stato bandito in India, dove inoltre l’Islamic Research Foundation International (IRFI), l’organizzazione dedicata al proselitismo estremista che Naik ha stabilito a Mumbai nel 1991, è tuttora sotto la lente degli investigatori per i suoi malcelati legami con militanti e organizzazioni terroristiche.

In particolare, l’IRFI, ufficialmente proprietaria di Peace TV, è finita sotto inchiesta per i suoi legami con la Jamaat-ud-Dawaa, emanazione indiana della pakistana Lashkar-e-Taiba e protagonista degli attacchi terroristici di Mumbai il 26 novembre 2008 (oltre 190 vittime e 300 feriti). Mentre dalle indagini relative alle esplosioni avvenute su diversi treni l’11 luglio 2006 sempre a Mumbai (209 morti e oltre 700 feriti), è emersa in superficie l’influenza esercitata da Naik sugli autori della strage, uno dei quali lavorava con l’IRFI come volontario.

Per non attrarre nuove critiche dopo il caso delle dichiarazioni pro-Bin Laden, Naik si è espresso negativamente in merito all’ISIS, coniando l’acronimo AISIS, ovvero l’Anti-Stato Islamico. Tuttavia, Mohammad Ibrahim Yazdani, il capo di una cellula dell’ISIS in territorio indiano, ha confessato dopo il suo arresto di essere stato influenzato dai sermoni di Naik, al pari degli altri membri del gruppo.

Come se non bastasse, il nome di Naik è stato associato agli attacchi terroristici effettuati il 21 aprile 2019 a Colombo, nello Sri Lanka (267 morti), dove uno degli attentatori suicidi, Zahran Hashim, è risultato essere un suo fan accanito. “Per anni, quest’uomo di fede ha diffuso il suo incitamento senza essere bannato”, ha affermato Hashim in un video pubblicato su Youtube, riferendosi con ammirazione al suo idolo: “Cosa possono fare i musulmani dello Sri Lanka per il Dr. Zakir Naik?”. La risposta è stata la stessa strage di Colombo.

In reazione, anche lo Sri Lanka ha bloccato le trasmissioni di Peace TV, seguita nel maggio 2020 dal Regno Unito, con l’accusa di aver violato i regolamenti in materia d’incitamento all’odio e a compiere atti criminali e omicidi. Per simili ragioni, sia il Regno Unito che il Canada avevano vietato l’ingresso a Naik nel giugno 2010, impedendogli così di tenere delle lectio che avrebbero potuto alimentare la radicalizzazione a livello locale. Porte sbarrate per Naik anche in Libano, dove una serrata campagna di attivisti è riuscita a impedirne l’ingresso nel 2017 su invito di un imam estremista locale, che lo aveva incontrato precedentemente in Arabia Saudita.

I conti in sospeso del Regno Unito con Naik contemplano anche lo sventato attacco terroristico su suolo britannico ad opera di una cellula collegata a militanti di Al Qāʿida basati a New York, che a loro volta preparavano un attentato alla metropolitana della città. Uno dei militanti arrestati, Najibullah Zazi, di origine afgana e con passaporto statunitense, era un ammiratore di Zakir Naik.

Inoltre, oggetto di varie inchieste sono state la conformità alle normative e le modalità d’impiego dei finanziamenti ricevuti dal ramo britannico dell’IRFI con sede a Birmingham: circa 7 milioni di sterline tra il 2009 e il 2014, una parte dei quali devoluti a Peace TV.

All’epoca, in generale, i principali donatori dell’IRFI erano Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ma l’elenco dei paesi da cui provenivano le elargizioni per la casa madre a Mumbai comprendeva Qatar, Oman, Kuwait, Indonesia, Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia, Svizzera, Nuova Zelanda, Singapore, Mauritius, Kenya e Nigeria: una coalizione internazionale di generosi benefattori al servizio dell’attività di predicazione svolta da Zakir Naik, che è così riuscito a influenzare in maniera determinante l’orientamento ideologico di masse di “credenti” in tutto il mondo, allontanandoli dal vero Islam e dirigendoli verso le sponde dell’estremismo e delle sue manifestazioni terroristiche.

UNA NUOVA OPERA PER IL 2022
Zakir Naik si trova attualmente in Malesia, paese nel quale vive da cinque anni e che gli ha garantito la residenza permanente, rifiutandosi di dare seguito alla richiesta di estradizione emessa dal governo indiano, che gli ha revocato il passaporto. Nella contrapposizione con Nuova Delhi s’inserisce indubbiamente la variabile del fanatismo induista impersonato dal presidente, Narendra Modi, ma tali circostanze non devono sminuire le accuse specifiche rivolte a Naik, ricercato per incitamento a compiere azioni terroristiche anche dal governo del Bangladesh. Il governo indiano lo accusa inoltre di riciclaggio di denaro.

Incanutito, dall’eloquio visibilmente stanco e con meno mordente, Naik, oggi 56enne, non intende comunque farsi da parte e prosegue da Putrajaya, la capitale amministrativa della Malesia, la sua attività di predicazione estremista su Peace TV e sui social network, vantando oltre 22 milioni di “followers” su Facebook. La sua permanenza in Malesia è oggetto di contestazioni, ma il sostegno di cui gode presso una fetta considerevole della popolazione musulmana, mobilitata da associazioni locali “amiche” che da Naik hanno molto probabilmente ricevuto finanziamenti, fa sì che le autorità continuino a garantirgli protezione per evitare ripercussioni.

Basti pensare all’incendio avvenuto nel 2016, poco dopo il suo arrivo, degli uffici di un uomo politico che aveva osato definirlo “Satana” su Facebook. All’incendio, sono seguite la rimozione del post incriminato e le scuse dell’uomo politico. Naik si era già recato a Putrajaya nel 2013 per ricevere il prestigioso premio “Tokoh Maal Hijrah”. Nel corso della cerimonia, ha significativamente ringraziato “il governo malesiano […] e tutti i malesiani per avermi accettato come predicatore islamico nel paese”.

Prima della Malesia, per sfuggire all’arresto ordinato dalle autorità indiane Naik era riparato in Arabia Saudita, il suo principale benefattore (funzione che al momento è svolta da Turchia e Qatar). Come segno di supporto politico di fronte ai tanti detrattori e ai paesi divenutigli ostili, Riyadh gli conferisce la cittadinanza e nel 2015 il premio internazionale “King Faisal”, ricevuto direttamente dalle mani di re Salman “in riconoscimento del suo straordinario servizio all’Islam”.

Tra i meriti menzionati, l’essere tra “i più famosi promulgatori non di origine araba dell’Islam” e l’istituzione di “una serie di scuole, inizialmente in India e successivamente in vari paesi arabi e islamici”, che “educano studenti non-arabi fin dalla più giovane età […] agli studi coranici”. È pertanto alla diffusione del proselitismo wahhabita su scala mondiale che servivano le ingenti donazioni di cui ha beneficiato l’IRFI da parte saudita?

Un altro importante riconoscimento equivalente a un chiaro segno di supporto politico, era stato conferito a Zakir Naik dagli Emirati Arabi Uniti nel 2013, quale “Personalità Islamica di Dubai” nell’ambito del “Dubai International Holy Quran Award”, succedendo all’autorevole Grande Imam di Al Azhar, Sheikh Ahmad Al Tayyeb. Va inoltre osservato che a Dubai ha avuto sede Peace TV fin dalla sua nascita.

Le “menzioni d’onore” come predicatore che il Centro Reale di Studi Strategici Islamici giordano gli conferisce ininterrottamente dal 2011, sono quindi anch’esse da considerare un segno di supporto politico?

“Ogni musulmano dovrebbe essere un terrorista”: una simile affermazione, costata la vita di tante persone insieme alla dannazione degli “sviati” che l’hanno messa in pratica, avrebbe dovuto indurre i promotori della pubblicazione “I 500 musulmani più influenti al mondo” quanto meno a escludere Naik dalle “menzioni d’onore”. Perché insistere fino ad oggi nel dare lustro a un personaggio così tanto screditato? Non è di discredito per la stessa pubblicazione?

In vista dell’edizione 2022, il Centro Reale di Studi Strategici Islamici ha naturalmente l’opportunità di cambiare rotta. Depennare Naik dall’elenco degli “onorabili” sarebbe già un passo in avanti, ma per il bene dell’Islam e dei musulmani occorrerebbe qualcosa in più: ad esempio, capovolgere il criterio di selezione adottato, così da effettuare una chiara e netta distinzione tra le personalità “musulmane” che hanno un’influenza positiva e quelle che ne hanno invece una negativa e che dovrebbero perciò essere collocate al di fuori della “Ummah”.

Sulla base di quale criterio si può a sua volta stabilire se l’influenza esercitata sia positiva e negativa? Gli studiosi e gli esperti a cui è demandato l’onere di redigere la pubblicazione dovrebbe saperlo già, perché è lo stesso Allāh (swt) l’Altissimo ad averlo stabilito:

“Sorga tra voi una comunità che inviti al bene, incoraggi ciò che è buono e proibisca ciò che è male. Ecco coloro che prospereranno” (Sūrah “Āl ‘Imrān”, 3:104).

Il discrimine fissato nel Corano dovrebbe allora indirizzare alla realizzazione di un’opera in cui, oltre a mettere in evidenza figure che oggi rappresentano un esempio di virtuosità islamica, si condannino in maniera inequivocabile quanti con le proprie azioni malvagie sono fuoriuscite dalla “Ummah”, e tra questi verrebbe sicuramente annoverato Zakir Naik. Invitare al bene, incoraggiare ciò che è buono e proibire ciò che male, sarebbe anche più coerente con l’impegno della Corona giordana contro l’estremismo.

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