FRANCIA, LA “LAÏCITE” DI MACRON NON AIUTA I MUSULMANI

Radicalizzazione e terrorismo tornano a sconvolgere la Francia. Questa volta niente accoltellamenti o decapitazioni, né morti o feriti, fortunatamente. Ma l’arresto di una giovanissima, identificata come Leila B., 18enne di origine marocchina intenzionata a emulare le gesta degli attentatori che hanno ucciso in precedenza in nome dell’ISIS su suolo francese, aggiunge un nuovo tassello al quadro che raffigura la diffusione dell’estremismo nel paese. Un quadro dai contorni sempre più inquietanti.

LA RADICALIZZAZIONE DI UNA 18ENNE
L’operazione di polizia che ha condotto Leila B. in carcere si è svolta nella notte tra sabato 3 e domenica 4 aprile, presso la sua abitazione di Béziers, cittadina del sud a circa 70 km da Montpellier. Con la giovane, appena maggiorenne, sono state arrestate anche la madre e le tre sorelle (il padre malato si trovava in ospedale). Il loro rilascio è avvenuto a distanza di pochi giorni, dopo gli interrogatori necessari ad appurare se (e quanto) fossero coinvolte nella vicenda e se disponevano d’informazioni utili per ricostruire il contesto nel quale la familiare si era mossa, comprendendo com’era finita per cadere nell’inganno della perversa ideologia dell’ISIS.

Dalla stampa francese, si apprende che nella perquisizione della casa è stata rinvenuta una “spada”, che Leila B. custodiva nella propria camera da letto. Con ogni probabilità, era quella l’arma che avrebbe voluto brandire nell’attacco terroristico che stava pianificando all’interno di una chiesa, verosimilmente Notre-Dame de la Réconciliation, situata nel quartiere di Devèze dove viveva e di cui possedeva una piantina. Secondo gli investigatori, l’attacco era imminente. Inizialmente, nel mirino la giovane aveva messo diversi luoghi di culto a Montpellier, ma la scelta era ricaduta su un obiettivo a breve distanza a causa delle restrizioni imposte agli spostamenti dalla pandemia.

Tra gli altri oggetti ritrovati, un coltello di ceramica, una replica di una pistola, poster e materiali di propaganda estremista dell’ISIS, inclusa una fotografia del Prof. Samuel Paty. Inoltre, bottiglie contenenti sostanze chimiche (acido solforico, acetone e perossido di idrogeno) per la fabbricazione di ordigni esplosivi e un taccuino a spirale contente istruzioni scritte a mano.

L’assemblaggio di un ordigno era forse l’ultimo passaggio da completare prima di passare all’azione. Accoltellare, decapitare, ma non solo: Leila B. desiderava anche farsi esplodere, in modo da suggellare con il suicidio, reclamizzato dall’ISIS come presunto “martirio”, la sua disavventura da terrorista. È quanto sottolineato nella comunicazione dei servizi d’informazione del Marocco, che il 1° aprile hanno avvertito le autorità francesi del grado estremo di radicalizzazione raggiunto dalla 18enne, ormai pronta a colpire.

L’allerta proveniente da Rabat si è così rivelata provvidenziale nell’impedire alla minaccia di concretizzarsi. A mo’ di prova, i servizi d’informazione marocchini hanno posto all’attenzione della Francia anche l’attivismo della giovane su internet e sui social media, dove visionava regolarmente video e contenuti legati all’ISIS.

LE REAZIONI DELLA COMUNITÀ MUSULMANA
Su questo sfondo, la conferma dell’ordinanza di custodia cautelare era un esito pressoché scontato. In attesa che l’inchiesta per “associazione terroristica” e la giustizia facciano il loro corso, l’accaduto ha sconvolto gli abitanti di Devèze, per lo più musulmani di origine immigrata. Ai giornalisti accorsi nel quartiere, Redouane, un quarantenne che conosce i genitori e ha visto crescere le sorelle, manifesta la sua incredulità: “Non ci credo! È una famiglia non praticante. In ogni caso, è necessario che lo ricordi, la religione musulmana è lontanzioni molto precarie e che hanno bisogno di aiuto più che altro. Alcuni membri della famiglia sono seguiti dai servizi sociali”.

Anche Reda è sorpreso, perché Leila B. e la sua famiglia gli sono sempre apparsi innocui: “Li abbiamo visti fare regolarmente la spesa. Una delle ragazze è un po’ ‘ritardata’ mentale, credo”. È preoccupato per la sicurezza. Un sentimento condiviso da un commerciante che “confida nella giustizia affinché faccia il suo lavoro”, temendo però una “strumentalizzazione politica” della vicenda. Gli fa eco il settantunenne Mohamed: “È un peccato! E poi ricadrà su tutti i musulmani quando la nostra religione non ha nulla a che fare con questa follia”. Un secondo negoziante si lamenta: “Quello che è successo sarebbe potuto succedere ovunque! Ancora una volta parleremo male di Béziers!”. In effetti, la cittadina si era già trovata sotto la lente dei media cinque anni fa per un incremento dei casi di radicalizzazione nel carcere locale

Ma non tutte le voci di quartiere condividono stupore e incredulità. Secondo un’altra fonte, i membri della famiglia di Leila B. erano “noti per essere radicalizzati” e, alcuni, per aver “visto video” dell’ISIS. Dove sta la verità? Da qualche parte nel mezzo probabilmente.

Talvolta, è l’istinto di protezione della comunità a prevalere e ciò può essere comprensibile, specie nel caso dei musulmani, che continuano a subire l’assalto dell’estremismo alla loro fede religiosa, con le relative conseguenze sul piano psicologico e nelle relazioni sociali. Nessuna connivenza con il terrorismo dunque, tenendo conto che è verosimile che la stragrande maggioranza degli abitanti di Devèze non si sia davvero accorta di nulla. Mantenere un comportamento discreto e inappuntabile all’esterno è infatti una delle regole basilari che i soggetti radicalizzati solitamente non mancano di osservare, così da non attrarre attenzione e proseguire indisturbati nelle attività che conducono a scopi terroristici. Leila B. sembra non aver fatto eccezione alla regola e sebbene non sia riuscita a passare del tutto inosservata nel quartiere, le autorità francesi non sapevano nulla di lei fino alla comunicazione dei servizi d’informazione marocchini.

IL RUOLO DELLA FAMIGLIA
Per quanto riguarda i familiari, l’esclusione di un loro coinvolgimento diretto nei propositi di Leila B., non equivale necessariamente a riconoscere che “potevano non sapere”. La madre e le sorelle non erano minimamente a conoscenza dell’oggettistica, della documentazione e delle sostanze che la 18enne conservava in casa? Nessun sospetto sui suoi comportamenti? Sono state rimesse in libertà solo per la mancanza di elementi probatori sufficienti a tenerle in carcere? E se fosse l’intera famiglia, padre compreso, a nutrire simpatie per l’ISIS?

Contesti familiari dal sostrato sub-culturale estremista sono ben presenti in Francia ed è da lì che poi emergono giovani punte di lancia (o meglio di “spada”) come Abdullakh Abouyedovich Anzorov, il 18enne ceceno che ha decapitato il Prof. Paty. Dopo l’inumana uccisione, Anzorov è stato arrestato con quattro membri della sua famiglia, mentre in precedenza aveva avuto contatti con una sorellastra che si trovava in Siria nei ranghi dell’ISIS. Leila B. è un Anzorov mancato?

Volendo invece scagionare la famiglia, va evidenziata la grave responsabilità dei genitori per non aver vigilato adeguatamente sulla condotta della figlia e di non averla sostenuta in una fase estremamente delicata dell’adolescenza. Leila B. aveva abbandonato la scuola da due anni, costretta o indotta a farlo, al pari di tante e tanti giovani di seconda o terza generazione in Francia e in altri paesi europei (l’Italia non è esente dal fenomeno). La de-scolarizzazione offre all’ISIS una ghiotta opportunità d’indottrinamento e reclutamento dei più giovani, facendo leva sulla condizione di marginalizzazione, instabilità psicologica e risentimento verso la società, nonché sulla scarsa formazione religiosa e culturale della preda di turno, per “sviarla” dalla “Retta via” di Allāh (swt), affinché intraprenda quella della violenza e non del “jihād” per il perfezionamento spirituale.

LA MINACCIA DEI NUOVI “MILLENNIALS”
Internet è il mezzo per eccellenza attraverso cui avvengono la manipolazione psicologica ed esistenziale tipica del processo di radicalizzazione, la “connessione” alla rete dell’estremismo globale e l’incitamento a compiere azioni terroristiche, nelle quali la morte è ricercata come fosse la ciliegina sulla torta. Al contempo, occorre sottolineare il ruolo essenziale per il compimento di azioni terroristiche che le reti locali di militanti continuano a ricoprire, specie per la fornitura di armi e supporto logistico. Giunto clandestinamente dall’Italia a Nizza, Brahim Aoussaoui, il 21enne tunisino che lo scorso 28 ottobre ha ucciso tre persone nella cattedrale della città francese, ha trovato ad attenderlo un “basista”, che gli ha consegnato le armi da taglio impiegate per decapitare e accoltellare. Chi ha procurato a Leila B. la “spada” e il coltello di ceramica? E le sostanze chimiche? Il coinvolgimento dei servizi d’informazione marocchini indica che la rete che utilizzava la ragazza come terminale estendeva i suoi tentacoli al di fuori della Francia?

È comunque delle reti locali che operano nei quartieri, nelle strade e nelle abitazioni anche di famiglie comuni, che le autorità francesi non riescono a venire a capo. Dopo gli attentati dell’Île-de-France il 7-9 gennaio 2015 (tra cui quello alla sede di Charlie Hebdo), l’Opération Sentinelle, con il dispiegamento di circa 10 mila soldati e 4.500 unità delle forze dell’ordine, avrebbe dovuto offrire un contributo determinante al lavoro dei servizi d’informazione e della polizia nel colmare i vuoti di sicurezza sul territorio che i militanti avevano dimostrato di saper sfruttare con grande abilità. L’onda lunga del terrorismo che continua ad abbattersi sulla Francia ancora oggi, ha messo però in luce l’insufficienza dello sforzo effettuato, di fronte alla pervasività di una minaccia che può annidarsi ovunque. Mentre nuove nubi si addensano all’orizzonte.

Dall’inizio del 2021, Leila B. è la terza estremista con meno di 20 anni accusata di pianificare un attacco terroristico di matrice “jihādista” su suolo francese. E stime recenti parlano di 300 – 400 mila nuovi millennials radicalizzati con lo stesso profilo di Leila B.: giovani, anche minorenni, provenienti da quartieri svantaggiati legati all’immigrazione e attraversati da questioni e interrogativi di tipo identitario, che li rendono vulnerabili allo “sviamento” ideologico perpetrato dall’estremismo, spesso esteso al nucleo familiare d’appartenenza.

Ci sono tratti in comune con il terrorismo “endogeno” giovanile della generazione precedente, con la differenza che la funzione di “motore”, spiegano esperti francesi, è assunta in maniera crescente dalle donne, solitamente meno “attenzionate” dalle autorità poiché senza precedenti criminali e considerate meno “pericolose” degli uomini, ma appunto per questo ancora più difficili da individuare e fermare.

La centralità della dimensione cibernetica, rafforzata ulteriormente dalla pandemia, per la radicalizzazione e la ricerca di contatti e informazioni rispetto alla moschea e ad altri luoghi di aggregazione, è un’ulteriore differenza che consente alle reti locali di restare maggiormente nell’ombra, a scapito delle attività di polizia e investigazione.

LE CONTRADDIZIONI DI MACRON
All’esercito di nuovi millenials radicalizzati, vanno ad aggiungersi i 10 mila estremisti con la “fiche S” posti sotto sorveglianza, che rappresentano una seria minaccia alla “Sûreté de l’État”.

La sfida della radicalizzazione e del terrorismo in Francia è pertanto di enorme portata e il suo esito sarà determinante nel segnare il futuro del paese. Tuttavia, le politiche adottate finora dalla presidenza di Emmanuel Macron difficilmente porteranno i risultati auspicati in termini di prevenzione e contrasto del fenomeno. Piuttosto, si sono già manifestati i prodromi del loro fallimento, poiché basate su un’accentuazione dello stesso approccio radicale al secolarismo e alla laïcité tipico della storia francese, che ha contribuito a determinare la situazione attuale.

La difesa a oltranza della “spada” di Charlie Hebdo e l’inappropriatezza dei toni e di certe espressioni da parte di Macron (ad es., “l’Islām è in crisi”), hanno dato all’estremismo la scusa per uccidere nuovamente (la decapitazione del Prof. Paty, la strage di Nizza) e poi per strumentalizzare la legge sul cosiddetto “separatismo”, come finalizzata a colpire l’intera comunità musulmana e non esclusivamente quei soggetti che mirano a stabilire (o hanno già stabilito di fatto) emirati fondamentalisti all’interno del paese, a detrimento della sua integrità territoriale.

L’insistenza del presidente francese nel parlare di “Islām des Lumières” e di “visione repubblicana” per i musulmani, compromette inoltre lo sviluppo di un “discorso [efficace] contro i predicatori dell’odio”, invocato dal presidente del Consiglio Francese del Culto Musulmano (CFCM), Mohammed Moussaoui, facendo anche sì che ogni nuova misura introdotta (ad es., la “Carta dei principi” approvata dal CFCM e il nascente Consiglio Nazionale degli Imam), pur con aspetti condivisibili venga deliberatamente accolta da organizzazioni, attivisti, accademici e “influencer” che si proclamano musulmani, alla stregua di un’imposizione volta a soggiogare l’Islām in Francia.

All’estremismo (mascherato da lotta all’”islamofobia”) viene così offerta l’opportunità di soffiare costantemente sul fuoco dell’”identitarismo” e del “vittimismo” all’interno della comunità musulmana, in modo che questa si percepisca e definisca come contrapposta alla società francese, all’Europa e all’occidente in generale, impedendo l’integrazione specie della nuova generazione – i nuovi millennials da trasformare in militanti assassini con il culto della morte.

Ancor più con Macron, dunque, l’approccio radicale al secolarismo e alla laïcité, elevati a ideologia di stato, si sta rivelando funzionale ai propositi della radicalizzazione e del terrorismo, che puntano a un’escalation della conflittualità tra musulmani e autorità francesi. L’ISIS ringrazia.

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