SIRIA, I GIOVANI DI AL HOL HANNO BISOGNO DI AIUTO PER RESTARE SULLA “RETTA VIA”

Il campo profughi di Al Hol, nel nord est della Siria, non smette mai di far parlare di sé. Il protagonista della trama è sempre e immancabilmente l’ISIS, che ad Al Hol ha stabilito un minaccioso focolaio intenzionato a non estinguersi, ma a divampare anche all’esterno. Non sono lontani i tempi della fuga da Baghuz, l’ultima roccaforte del sedicente “Stato Islamico” a cadere nel 2018. Confusi tra decine di migliaia di sfollati, gli ex sudditi nel “califfato del terrore” trovano una nuova collocazione nei campi allestititi dalle Syrian Democratic Forces (SDF) nei territori sotto il controllo dell’autorità di autogoverno curda, nei pressi delle località di Al Roj e Al Hol.

Dei due, è il campo di Al Hol, più esteso e popolato, a ricevere una maggiore attenzione da parte dei media internazionali, a causa delle condizioni igieniche, di povertà e insicurezza a dir poco precarie che lo contraddistinguono. Un contesto davvero ideale dove proporre una riedizione del sedicente “Stato Islamico”, sia dal punto di vista ideologico che delle modalità che ne conseguono in termini di strutture di comando, amministrazione della “giustizia”, educazione della nuova generazione e impostazione delle relazioni sociali.

Le ultime stime sulla popolazione del campo, parlano di circa 60 mila persone (16,400 nuclei familiari), tra cui i militanti e simpatizzanti dell’ISIS sarebbero ben 40 mila, in maggioranza siriani e iracheni, ma anche “foreign fighters”. Tra questi, un ruolo di primo piano è svolto dalle donne, come descritto da “Jihad senza Spada”, che si è anche soffermato sui bambini e sui giovani al di sotto dei 18 anni, circa 50 mila, la gran parte dei quali risulta non accompagnato o separato dai propri genitori, trattandosi di figli di combattenti rimasti uccisi o imprigionati.

Il crescente attivismo dei militanti, le numerose fughe (oltre 200 nel 2020, dietro ingenti somme di denaro consegnate a trafficanti), l’incremento della violenza e del numero degli omicidi (più di 40 nel primo trimestre del 2021, contro i 20 del 2020), hanno indotto le SDF e gli Asayish (i poliziotti dell’autorità di autogoverno curda).

L’operazione “Umanità e Sicurezza”, avviata domenica 28 marzo, è stata così un susseguirsi di arresti, accompagnati da sequestri di armi, munizioni, soldi, computer, cellulari e divise militari. La strumentazione elettronica serviva a mantenere i contatti con i militanti all’esterno. “Le cellule dell’ISIS hanno occhi e orecchie ovunque”, rivela un rappresentante delle SDF. I residenti erano infatti stati avvisati del raid via Telegram, con un anticipo sufficiente a consentirgli di nascondere le armi sotto terra, poi rinvenute grazie all’uso di metal detector: l’ISIS si preparava a una rivolta per assumere il controllo di Al Hol?

Al 10 aprile, gli arresti effettuati ammontavano a 158: iracheni, siriani, un “foreign fighter” algerino, donne della famigerata hisbah (la polizia religiosa), predicatori, sicari, corrieri di armi. L’obiettivo dichiarato è catturare tra 500 e 1.000 militanti, cifre che indicano la formazione di vere e proprie cellule dell’ISIS all’interno del campo, pronte ad agire. La caccia, pertanto, è appena cominciata. Tra le figure di spicco arrestate finora, c’è quella di Abu Mohammed Al Jomaily, già membro di Al Qāʿida e mufti del “mini-Stato Islamico” di Al Hol, nonché suo “emiro della sharia”. Colui, in sostanza, che presiedeva alle condanne a morte comminate dai tribunali religiosi (fucilazioni, pugnalamenti, lapidazioni e persino decapitazioni).

La cattura di Al Jomaily è avvenuta il 31 marzo. Il 6 aprile è stata invece la volta di Ahmed Khoshua detto Abu Khaled, anch’egli iracheno, arrestato insieme ad altri 6 militanti. Considerato il “primo ufficiale” dell’ISIS nel campo, faceva da tramite con le cellule al di fuori di Al Hol. Succeduto nell’agosto del 2019 a un altro iracheno, Abu Karar, accusato di essersi appropriato di fondi destinati alle famiglie dell’ISIS, la cattura di Khoshua è stata resa possibile dalle informazioni fornite dal suo numero due, Qusay Muhammad, detto Abu Karar, arrestato in precedenza.

Khoshua ha rilasciato un’interessante “video-confessione” nella quale illustra gli obiettivi perseguiti dall’ISIS ad Al Hol, il ruolo da lui ricoperto e le motivazioni alla base dell’impiego dei metodi brutali e dell’uso della violenza. “Lo scopo principale è impedire che l’ideologia dell’organizzazione possa scomparire, preservando l’esistenza delle famiglie affinché trasmettano l’ideologia ai figli attraverso l’educazione”, spiega Khoshua. “Sono stati così istituiti due gruppi: il primo si occupava della distribuzione dei fondi e della gestione degli affari delle famiglie, in modo da impedire un loro distacco dall’ideologia; il secondo era incaricato di risolvere le dispute e i conflitti tra le famiglie, vigilando inoltre affinché nessun militante stringesse rapporti con le agenzie di sicurezza e altri gruppi armati (un riferimento alle SDF, agli Asayish e ad eventuali fazioni estremiste diverse dall’ISIS, ndr)”.

Prima di assumere la responsabilità del funzionamento dei due gruppi, Khoshua era “responsabile della distribuzione degli aiuti e della zakāt (tassa estorta dall’ISIS ai non-musulmani, ndr) alle famiglie dell’ISIS nel campo. I fondi provenivano dagli uffici delle rimesse coordinati da una figura incaricata del sostegno alle famiglie e alle cellule nella Siria orientale”.

In merito alla catena di omicidi, Khoshua afferma che “le persone colpite avevano collaborato con la sicurezza e con le autorità amministrative del campo, oppure avevano deviato rispetto all’ideologia dello Stato Islamico”. “Inizialmente”, precisa, “utilizzavano armi da taglio, ma poi siamo passati ad armi da fuoco dotate di silenziatori, che ricevevamo all’interno dei serbatoi per distribuire acqua potabile”. La “confessione” di Khoshua non implica però alcun pentimento: “L’ISIS è l’unica nostra salvezza. Ovunque l’organizzazione andrà, saremo con lei”.

Il racconto dell’ex numero dell’ISIS ad Al Hol non può non far sorgere dubbi e quesiti su come i militanti abbiano potuto operare Al Hol con un tale margine di libertà. “Jihād senza Spada” avevamesso in guardia sul fatto che le SDF e gli Asayish “sono in grado di provvedere solo a un livello minimo di sicurezza, insufficiente a garantire l’ordine interno e a rendere impenetrabile il perimetro della gigantesca struttura”. Di qui, l’appello “a rafforzare le capacità […] delle SDF e degli Asayish, con la fornitura di sistemi e strumenti più avanzati per il mantenimento della sicurezza nel campo, rendendolo impenetrabile dall’esterno e stroncando ogni attività dell’ISIS all’interno”.

D’altro canto, nonostante la mancanza delle capacità necessarie a prevenire la creazione e l’allargamento di vuoti di sicurezza, all’ISIS non andava consentito di radicare ed espandere in maniera così esponenziale la propria presenza nel campo. Le ulteriori difficoltà generate dal Covid-19 possono aver facilitato i movimenti dei militanti e ampliato i loro spazi di manovra, ma un’operazione come “Umanità e Sicurezza” avrebbe dovuto essere lanciata molto prima.

L’operazione si svolge in una congiuntura particolarmente delicata anche alla luce degli sviluppi nel resto della Siria, dove l’ISIS si è riorganizzato sotto forma di cellule disseminate sia nel nord e nel nord-est del paese, che a sud dell’Eufrate, nella regione centrale desertica di Al Badia, tra Deir Ezzor, Homs e Palmira.

È ad Al Badia che il 6 aprile militanti dell’ISIS hanno rapito 19 persone (8 poliziotti e 11 civili del villaggio di Al Saan, provincia di Homs), dopo uno scontro a fuoco con forze governative. Gli attacchi terroristici si susseguono e sono in significativo aumento rispetto al primo trimestre del 2020 e del 2019: 46 lo scorso gennaio, 29 a febbraio (un calo in linea con gli anni precedenti), 38 nel mese di marzo, con un totale di 189 vittime (70 nel 2020, 43 nel 2019).

Le cellule sono composte da 5-10 uomini e operano con le tecniche della guerriglia tipiche dell’insorgenza, facendo affidamento su mine, ordigni esplosivi improvvisati (Improvised Explosive Devices, IED) e armi leggere, per eseguire attacchi mirati volti a generare caos e terrore nella popolazione civile, come nelle forze governative o nelle SDF. È questa la logica della guerra di “attrito” o “logoramento” avviata dall’ISIS in Siria e Iraq dopo la perdita dei territori del sedicente “Stato Islamico”.

Ad Al Hol, in concomitanza con l’operazione “Umanità e Sicurezza”, l’imminente rimpatrio in Iraq di 500 famiglie irachene (circa 2.5 mila persone) con membri precedentemente affiliati all’ISIS dovrebbe contribuire ad alleggerire ulteriormente la pressione. Secondo il piano originario, risalente al 2019, le famiglie avrebbero dovuto essere in realtà 1.700, che il governo di Baghdad intendeva ricollocare in un nuovo campo profughi allestito appositamente, sia per ragioni di sicurezza, in modo da tenerli meglio sotto controllo, che per tenerli isolati rispetto al contesto circostante, poiché se fossero tornati nel proprio villaggio di origine sarebbero quasi certamente incorsi nella vendetta della popolazione locale.

Dopo una fase di stallo di due anni, il campo profughi non è stato costruito e il piano di Baghdad ha subito un forte ridimensionamento. Le resistenze delle autorità irachene a procedere con i rimpatri sembrano ora superate, almeno parzialmente. Il primo gruppo di famiglie dovrebbe pertanto lasceranno Al Hol nei prossimi giorni, sebbene le ricostruzioni dei media locali e internazionali non offrono precisazioni su dove in Iraq saranno trasferiti.

La riduzione della popolazione contribuirà a rendere più agevole il mantenimento della sicurezza tra le tende di Al Hol. Tuttavia, la distruzione della struttura di comando e controllo stabilita dall’ISIS, attualmente in corso con l’operazione “Umanità e Sicurezza”, non è una garanzia che una nuova struttura non potrà ricostituirsi nel prossimo futuro. L’ISIS dispone infatti all’interno del campo di un impressionante bacino di reclutamento, consistente in oltre 50 mila bambini e giovani al di sotto dei 18 anni: un esercito di potenziali militanti da far crescere e “sviare” lungo la strada del terrorismo, facendo leva sul ruolo di trasmissione dell’ideologia e della forma mentis estremiste svolto dalle donne.

Riempire i vuoti di sicurezza, rafforzando la capacità delle SDF e degli Asayish di garantire l’ordine interno, non basta. Occorre agire più in profondità per stroncare sul nascere il processo di radicalizzazione della nuova generazione di Al Hol. “Jihād senza Spada” rinnova pertanto il suo appello rivolto alla comunità internazionale, in particolare ai paesi musulmani, affinché vengano moltiplicati “gli sforzi sul versante sociale e culturale, a beneficio della fascia giovanile e dei minori. Per loro, va costruita ad Hol una nuova esistenza, con percorsi formativi, professionali e personali, che non concedano spazi nei quali l’ISIS e la sua ideologia perversa possano incunearsi per arruolare nuovi militanti da porre al servizio della causa distruttiva del terrorismo”.

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