STORIE DI ORDINARIA RADICALIZZAZIONE “ONLINE”

Le vie della radicalizzazione non sono infinite. Il processo che dall’indottrinamento conduce alla militanza segue infatti percorsi ben determinati, che nell’odierna era digitale hanno la rete di internet come il punto di partenza più diffuso. La trasmissione dell’estremismo continua ad avvenire anche attraverso dinamiche tradizionali, per le quali è imprescindibile il contatto umano diretto. Ma nella maggioranza dei casi è il mare magnum del “web” ad offrire i riferimenti ideologici a cui si aggrappano, fino a restarvi attorcigliati, persone in cerca di risposte, di strutture di “senso” o di più ampie elaborazioni concettuali che giustifichino e approfondiscano idee “forti” o percezioni della realtà già presenti nella loro mente, prima di passare eventualmente all’azione violenta.

Questo vale per ogni forma di terrorismo contemporaneo. Per quanto concerne il cosiddetto “jihadismo”, l’ISIS, ancora più di Al Qāʿida, ha fatto della rete il proprio “califfato del terrore” virtuale, diffondendo sotto ogni cielo e ai quattro angoli della terra la sua a dir poco deviata lettura dell’Islām ‒ guerrafondaia, coercitiva e ultraviolenta. È la rete il luogo principale di predicazione dove adescare nuovi adepti e plasmarli alla forma mentis “jihadista”, animandone e consolidandone quotidianamente la “fede” estremista con narrative e messaggistica di propaganda.

Anche il passo successivo, quello del reclutamento per l’invio come “foreign fighter” nelle varie zone di combattimento o per il compimento di attacchi terroristici nei paesi di appartenenza o residenza, avviene per lo più su internet. Per militanti e simpatizzanti, la moschea resta un luogo di fondamentale importanza, sia per la vita religiosa che come centro di aggregazione. Ma il motore della radicalizzazione nelle sue varie fasi, il pulpito più efficace da cui propagare il messaggio “jihadista” indirizzando i fedeli di tutto il mondo verso l’estremismo, si trova oggi su internet. La declinazione dell’indottrinamento può assumere forme e sfumature diverse, ma il processo che parte dalla “rete”, nelle modalità attraverso le quali si estrinseca, è molto simile, se non identico, ovunque, a prescindere dalle circostanze contestuali e dalle latitudini.

Tale riflessione è scaturita dalla lettura di una storia di ordinaria radicalizzazione “online” avvenuta nel sud-est asiatico, tra Singapore e la Malesia. Un’area che può essere percepita come lontana da noi solo geograficamente, poiché vicende come quella in procinto di essere raccontata si potrebbero svolgere e si sono già svolte numerose in una qualsiasi città europea e quindi italiana, come conferma la cronaca dell’ultimo decennio.

Ecco i fatti.

Un malesiano di 33 anni che lavorava a Singapore come addetto alle pulizie è stato arrestato nel 2019 dalla polizia locale ed estradato in Malesia, a seguito di un’indagine in cui è emersa la sua militanza nell’ISIS. In un comunicato stampa dello scorso 9 febbraio, il ministro dell’interno malese ha spiegato che Mohd Firdaus Kamal Intdzam, questo il nome del protagonista, “nel 2016 si era rivolto a internet per approfondire la propria conoscenza della religione islamica, imbattendosi però nella propaganda dell’ISIS”.

All’inizio del 2018, dopo una “prolungata esposizione a materiali pro-ISIS”, Firdaus si era convinto che l’organizzazione terroristica “combatteva per l’Islām”, che “l’uso della violenza per creare il califfato fosse giustificato” e che l’auto-proclamato “califfo”, Abu Bakr Al Baghdadi, fosse un “vero sovrano islamico”. Radicalizzazione “online” avvenuta, dunque, e una nuova missione compiuta per gli imbonitori dell’ISIS.

La vicenda non finisce qui, ma si arricchisce di nuovi protagonisti. Com’è tipico nelle “storie di ordinaria radicalizzazione”, entra in scena la coniuge del neo-militante. Da buon proselitista, Firdaus era riuscito a persuadere anche la moglie Ruqayyah Ramli, originaria di Singapore e di un anno più grande, ad abbracciare l’ideologia dell’ISIS. Dopo il matrimonio celebrato nel dicembre 2018, l’opera di convincimento avviata da Firdaus si era fatta più insistente. Ruqayyah, insegnante di religione part-time, non cede immediatamente alla predicazione del marito, ma mette infine da parte ogni riserva per divenire devota alla causa dell’ISIS.

Nel pieno del fervore estremista, la coppia decide di partire per la Siria. Firdaus voleva imbracciare le armi come “foreign fighter” ed era tutt’altro che spaventato dalla possibilità del “martirio”. Ruqayyah ne supporta le ambizioni e vede nel sedicente “Stato Islamico” il luogo ideale dove far crescere i due bambini avuti con Firdaus, mentre lei “si sarebbe presa cura della casa e di prestare soccorso ai feriti”. La donna era a conoscenza delle violenze e delle atrocità commesse dall’ISIS, ma riteneva fossero giustificate poiché “compiute contro i nemici dell’Islām”.

Con il crollo del “califfato del terrore”, i piani della coppia subiscono un brusco stop, ma Firdaus e Ruqayyah non cessano di sostenere l’ISIS. Il primo, in particolare, continua a pubblicare sui propri social media materiale promozionale a favore del “jihād” armato. Nel marzo 2020, fabbrica e appende in casa una bandiera dell’ISIS per da mostrare la sua “fedeltà” all’organizzazione terroristica. Quella di “morire come martire in battaglia per ricevere la ricompensa divina” rimaneva la sua massima aspirazione, accompagnata dal desiderio di “eseguire attacchi” contro paesi nemici.

La sua carriera da terrorista fortunatamente non era destinata a compiersi. A impedirla è stata l’arresto, conseguenza risparmiata invece alla consorte. Nei confronti di Ruqayyah, le autorità di Singapore hanno così emesso un “ordine di restrizione” che le impedisce d’insegnare, rilasciare dichiarazioni, partecipare a incontri pubblici, distribuire e contribuire a pubblicazioni, ricoprire incarichi all’interno o essere membro di qualunque organizzazione (senza previa autorizzazione).

La ragione del mancato arresto sta nel fatto che Ruqayyah non ha mai effettivamente svolto attività di proselitismo, veicolando la visione estremista dell’ISIS ad altre persone o sui social media, contrariamente a Firdaus. È stata piuttosto considerata una vittima delle abili pressioni del marito e perciò sta affrontando adesso un percorso di de-radicalizzazione finalizzato al reintegro nella società.

A differenza di tante altre “storie di ordinaria radicalizzazione”, quella di Firdaus e Ruqayyah non è sfociata in attentati suicidi, violenze inferte e subite, vedove e bambini orfani privati di un futuro, nella detenzione in campi di prigionia come quello di Al Hol in Siria. Se l’esito può cambiare, tuttavia il punto di partenza è comune: internet. E ciò vale naturalmente per la miriade di casi di radicalizzazione individuale.

I musulmani che si affidano alla ricerca “online”, assecondando legittimamente l’impulso ad approfondire aspetti teologici, dottrinari e storici riguardanti l’Islām, o per qualunque altra ragione attinente alla sfera spirituale e personale, anche per semplice curiosità, continuano a correre il grave pericolo di cadere nella “rete” dell’estremismo.

Data la difficoltà di stroncare le vie della radicalizzazione sul “web”, si pone allora il problema dell’insufficiente disponibilità “online” di contenuti elaborati ed esaustivi che si contrappongano all’ISIS sul fronte ideologico in maniera aperta ed efficace. Si fa un gran parlare di “contro-narrative”, ma a ciò non corrisponde la presenza su internet di un numero adeguato di piattaforme e strumenti che, a beneficio degli utenti musulmani, smentiscano la propaganda e le manipolazioni dei testi sacri da parte dell’organizzazione terroristica.

Pertanto, all’analisi e all’attività di polizia, vanno necessariamente affiancati maggiori sforzi volti a colmare il vuoto di “contro-narrative” che persiste nella “rete”. Per “prevenire” la radicalizzazione su internet, occorre infatti moltiplicare le vie “online” attraverso cui contrastare l’ingannevole “discorso” dell’ISIS, mettendone in evidenza l’assoluta antiteticità con l’essenza e il messaggio dell’Islām autentico. “Jihād senza Spada” ha raccolto questa sfida: la battaglia contro l’estremismo è appena cominciata.

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