BENTORNATA NELLA “UMMAH”: LA STORIA DI LAURA PASSONI

Nessuno può spiegare meglio in cosa consista davvero l’inganno dell’ISIS e del presunto “Stato Islamico” di chi ne ha avuto conoscenza diretta, in prima persona. Un’illusione che diventa incubo nella realtà; un incubo da cui fuggire per tornare in se stessi e raccontare al mondo intero che il “cammino verso il Califfato” propagandato dall’ISIS non è altro che la via che conduce all’inferno, sia sulla terra che nell’aldilà.

Restando focalizzati sulla dimensione terrena, sono numerosi gli ex “foreign fighters” che hanno denunciato pubblicamente l’esperienza a dir poco scioccante vissuta in Siria e Iraq. Particolarmente significative al riguardo sono le testimonianze delle donne di origine europea che recandovisi pensavano di trovare il luogo “ideale” dove risiedere come musulmane, per poi rendersi conto della grande “bugia” messa in scena dall’ISIS.

È il caso, tra i tanti, di Laura Passoni, belga di origini italiane riuscita a fuggire da Al Bab, nel governatorato di Aleppo, dove ha vissuto per otto mesi con figlio e marito, dal luglio 2014 al marzo 2015. Oggi, a 34 anni, parla apertamente della sua brutta storia, mettendo in guardia tutti i musulmani, donne e uomini, dal cadere nella trappola ideologica e psicologica del terrorismo e della radicalizzazione.

LA “RADICALIZZAZIONE” E IL VIAGGIO IN SIRIA
Quali dinamiche hanno condotto Laura nel buco nero dell’ISIS e dello “Stato Islamico”? Divenuta musulmana a 16 anni, Laura conduceva una vita “normale” a Jumet, nei pressi di Charleroi, con un lavoro stabile in un supermercato, un matrimonio e un figlio, fino al tradimento da parte del marito e alla separazione. Lo sconvolgimento è tale che Laura entra in uno stato di profonda depressione, che la spinge alla ricerca di nuove risposte esistenziali. Ed è esattamente in quel momento che ha inizio la sua terribile disavventura con l’estremismo, pronto ad approfittare della situazione di vulnerabilità della donna.

La “radicalizzazione” di Laura avviene con una modalità che potrebbe essere definita “standard”, ovvero attraverso la figura di un “radicalizzatore” professionista conosciuto su internet; un uomo di per sé già radicalizzato e inserito nella struttura operativa dell’ISIS con l’incarico di reclutare nuovi adepti nel gigantesco bacino di utenti messo a disposizione dal web, con particolare attenzione alla componente femminile.

“Il reclutatore ha visto che ero molto depressa e che il mio ex marito mi aveva abbandonato. Ha sfruttato queste mie debolezze”, ammette Laura. Oussama Rayan, di origini tunisine, ha avuto così gioco facile nel manipolare la fede, nonché i sentimenti, della donna, arrivando a sposarla e infine a convincerla dell’opportunità di lasciare il Belgio per prendere la via del presunto “Stato Islamico”, insieme al figlio di 4 anni.  Da Venezia a Smirne, in Turchia, con una nave da crociera e dì lì in taxi al confine con la Siria. Poi la meta, Al Bab nel governatorato di Aleppo.

LA SCOPERTA DEL VERO “VOLTO” DELL’ISIS
Il “paradiso sulla terra” per “i fratelli e le sorelle dell’Islām”, era quanto Laura pensava di trovare in Siria, stando alle descrizioni del presunto “Stato Islamico” che aveva ascoltato dal suo “radicalizzatore” e marito. Le sono però bastati due mesi per realizzare che “mi aveva detto solo bugie, che i video di propaganda erano dei montaggi slegati dalla realtà”. Per le donne del “Califfato” non era certo un segreto che non esistevano diritti, “ma lui mi ha messo in testa delle cose che mi hanno fatto cambiare idea: la propaganda dell’ISIS è fortissima, ci sono cascata e mi sono radicalizzata”.

“Mi diceva che le donne godevano di status ed erano considerate preziose, che potevano lavorare come infermiere e aiutare gli orfani”, ricorda Laura. “Mi diceva che avrei avuto una villa, cavalli e tutto ciò che avrei desiderato”, evidenziando come l’ISIS faccia leva per il reclutamento anche su incentivi di tipo “materialistico”, non corrispondenti né al dettato né allo spirito dell’Islām. “Mi diceva che sarei stata ricca, persino con diamanti. Mi ha venduto un sogno, ma tutto quello che mi ha detto era una bugia, nulla di ciò che mi aveva promesso era vero”.

Agli occhi di Laura, la realtà dello “Stato Islamico” si è perciò rivelata sin dall’inizio completamente diversa dall’illusione che le era stata prospettata. “Eravamo prigioniere”, spiega, “non avevano nulla, nessun diritto”. “Mi era vietata qualsiasi cosa. Ero obbligata a portare il burka, non avevo la libertà di uscire di casa se non con mio marito. Nemmeno per fare la spesa. Senza di lui, non potevo decidere niente. Non avevamo denaro. Le regole da seguire sono pesantissime e le donne erano lì solo per procreare”.

Il ruolo delle donne dell’ISIS era pertanto limitato a mansioni domestiche e all’indottrinamento della nuova generazione di estremisti per il “Califfato”, e ciò comprendeva anche maltrattamenti, violenze e spesso la riduzione a schiave sessuali. Con l’intensificarsi del conflitto che condurrà alla fine del presunto “Stato Islamico”, l’ISIS si è servito delle donne anche in battaglia, impiegando quelle maggiormente animate da fanatismo e odio come spie, corrieri, poliziotte, combattenti e persino attentatrici suicide. Uno sviluppo, questo, a cui Laura si sottrae anticipatamente.

“Non stavo bene, nessuno stava bene in Siria. Non volevo che mio figlio diventasse come i terroristi”. Un desiderio condiviso anche dal marito, pentitosi di essersi unito ai ranghi dell’ISIS e di aver tradito la via del Jihād autentico, quello spirituale, uccidendo altri musulmani e civili innocenti. Dopo un primo tentativo fallito, la famiglia (Laura era in attesa di un secondo figlio) riesce a raggiungere nuovamente la Turchia. La coppia viene così arrestata ed estradata in Belgio.

IL MESSAGGIO DI LAURA PER TUTTI I MUSULMANI (ANCHE IN ITALIA)
Tornata a casa, i giudici prendono atto del ravvedimento di Laura, restituendole la custodia dei figli dopo pochi mesi e comminandole una pena di 5 anni ma in libertà condizionata (il marito è stato condannato a 4 anni di carcere senza sospensioni di pena).

Il “risentimento” che la “radicalizzazione” le aveva instillato nella mente e nel cuore verso “i miei genitori, la mia società e il Belgio”, Laura lo ha rivolto contro gli imbonitori dell’ISIS, impegnandosi in un’opera di sensibilizzazione della società e dell’opinione pubblica, dai giovani nelle scuole ai membri del parlamento europeo.

Due sono i libri che Laura ha finora pubblicato per gettare luce sulla “falsa speranza” del presunto “Stato Islamico“: “Al cuore dell’ISIS con mio figlio” e “Come reagire di fronte a una persona radicalizzata”.

Il suo messaggio è chiaro: “L’ISIS non è il vero Islām e i suoi militanti non sono veri credenti. Non sono lì per la religione, ma solo per il potere”. “Io sono sempre una musulmana”, afferma, “e so che l’ISIS non è islamico perché uccide persone innocenti e racconta solo bugie su quanto si verifica realmente al suo interno. L’ISIS vuole solo intrappolarti: non commettete il mio stesso errore, non unitevi all’ISIS, perché io ho rovinato la mia vita, mettendo in pericolo quella di mio figlio e facendo soffrire la mia famiglia”.

Allo scopo di prevenire la radicalizzazione, “è importante diffondere maggiori informazioni sul vero Islām”, mentre “maggiori sforzi devono essere compiuti verso quei giovani che rischiano di cadere vittima delle manipolazioni dell’ISIS e di essere reclutati, chiarendo loro le idee sbagliate che hanno sulla religione per de-radicalizzarli”.

Il messaggio di Laura Passoni deve risuonare forte anche in Italia, da dove sono partiti oltre 120 “foreign fighters” diretti in Siria e in Iraq. Un numero limitato rispetto ad altri paesi europei, ma che conferma l’esistenza di una “radicalizzazione“ strisciante, che colpisce principalmente le seconde e terze generazioni, ma anche cittadini italiani tout court. La problematica ha riguardato prettamente la componente maschile, ma si sono registrati casi rilevanti di “foreign fighters” donne, i cui nomi sono stati a lungo in cima alle cronache nazionali, diventando noti all’opinione pubblica.

Di Maria Giulia Sergio, considerata la prima donna italiana a unirsi all’ISIS, se ne sono perse le tracce. Lara Bombonati è stata processata e condannata dopo il suo ritorno in Italia, mentre Alice Brignoli, Sonia Khediri e Meriem Rehaily, restano nei vari campi allestiti in territorio siriano. Si dicono pentite e vorrebbero tornare in Italia (Alice insieme ai quattro bambini avuti dal marito marocchino e terrorista dell’ISIS con cui si è recata a Raqqa nel 2015). Sul loro effettivo pentimento restano però forti dubbi e intanto pendono su di loro mandati di cattura o probabili rinvii a giudizio per terrorismo internazionale.

Chi è riuscita invece a liberarsi del tutto dall’inganno dell’ISIS è Laura Passoni, dimostrando che la de-radicalizzazione è possibile, a partire anzitutto da se stessi, da una presa d’atto personale della strada sbagliata intrapresa. “Non partite, riflettete prima di farlo: una volta laggiù, è quasi impossibile tornare indietro”, è l’appello di Laura rivolto a tutti i musulmani, per nascita o convertiti, tutti potenziali prede del proselitismo menzognero dell’organizzazione terroristica, che resta attiva in Siria e Iraq nonostante la perdita del territorio su cui aveva costituito il presunto “Stato Islamico”.

“Anche se vi fanno capire che tutto è facile, credetemi, non lo è. Non fatevi fare il lavaggio del cervello, e prima di prendere decisioni parlatene con qualcuno. Evitate di fare l’errore che ho fatto io, perché la mia vita adesso è rovinata”. “L’ISIS è contro l’Islām”: quella di Laura è una testimonianza di verità fondamentale e il suo impegno è un esempio di coraggio e una fonte d’ispirazione e speranza lungo il cammino che condurrà alla sconfitta di ogni forma di estremismo in nome dell’Islām.


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