NON FIGLI DELL’ISIS, MA “ORFANI” BENEDETTI DA ALLĀH (SWT)

I figli dei militanti dell’ISIS nei centri di detenzione in Siria e Iraq saranno i nuovi terroristi di domani? La risposta è no, se il loro trattamento dovesse finalmente conformarsi alla volontà espressa da Allāh (swt) nel Corano e agli insegnamenti del Profeta Muhammad (saw) riguardo alla cura degli “orfani”. Sì, invece, se queste decine di migliaia di bambini resteranno rinchiusi ancora a lungo nella gabbia di povertà ed estremismo dove continuano a trovarsi oggi, malgrado la caduta del sedicente “Stato Islamico”.

Con poco cibo, quasi senza abiti e scarpe, privati di una vera casa dove abitare e di una vera scuola dove ricevere un’istruzione appropriata, a cominciare da quella religiosa, la loro crescita rischia altamente di essere “sviata” nella direzione sbagliata del terrorismo e della radicalizzazione. L’ISIS è infatti sempre in agguato, pronto ad impossessarsi di nuove giovani vite per metterle al proprio servizio.

Spesso sono le stessi madri, vedove di militanti e attentatori suicidi, ad avviare la prole ai dettami dell’estremismo, trasmettendogli l’identità e la forma mentis dei cosiddetti “jihadisti” fin dalla più tenera infanzia. Ciò accade nei campi di Al Hol e Roj in Siria, come nelle decine di campi disseminati in territorio iracheno, mettendo in luce l’impotenza delle organizzazioni che vi operano a fini umanitari, l’indifferenza dei paesi che ritardano o non consentono i rimpatri, l’egoismo della comunità internazionale che non stanzia sufficienti aiuti economici, l’incapacità d’impedire le infiltrazioni dell’ISIS e di sottrarre i più piccoli alla sua influenza da parte delle autorità locali.

Queste ultime, gravate maggiormente dalla problematica, si sono nascoste dietro barriere burocratiche (mancanza di certificati di nascita, nulla osta di sicurezza e altra documentazione, persino l’imposizione di spese amministrative) per prendere tempo su tempo, procrastinando così l’adozione di provvedimenti e soluzioni adeguate.

Programmi per il ritorno dei rifugiati interni nelle città e nei villaggi d’origine precedentemente controllati dall’ISIS e devastati dalla guerra, sono in procinto di essere avviati sia in Siria che in Iraq, ma non riguardano i figli dei militanti dell’ISIS, considerati un peso e perciò condannati a restare prigionieri nei campi fino a data da destinarsi, probabilmente fino a quando, divenuti adolescenti, riusciranno a fuggire per unirsi ai ranghi dell’organizzazione terroristica. Basta infatti poco già oggi per sgattaiolare via dai centri di detenzione, corrompendo gli addetti alla sicurezza con modeste cifre di denaro o sfruttando la mancanza di controlli nelle zone perimetrali.

C’è forse una tacita rassegnazione tra le varie parti interessate a lasciare che gli “orfani” diventino le nuove leve del terrorismo a cui poi dover dare la caccia? Alla domanda dovrebbero rispondere soprattutto le tante nazioni nel mondo che si dicono “musulmane”, in primis quelle arabe del Golfo.

I musulmani non possono certo considerarsi (ed essere considerati) tali se antepongono all’Islām criteri di spesa, di ordine pratico e ancora meno d’interesse personale. La cura degli “orfani” è un comandamento fondamentale dato da Allāh (swt). Il Corano si riferisce agli “orfani” ben 22 volte, stabilendo che vanno onorati (Sūrah “Al Fajr”, 89:17) e nutriti (Sūrah “Al Insān”, 76:8), quindi anche supportati nella crescita e nello sviluppo. Il richiamo rivolto ai musulmani è a non essere ingiusti (Sūrah “An-Nisā’”, 4:3) verso gli “orfani” e a comportarsi bene (Sūrah “Al Baqara”, 2:83), senza scambiare “il buono con il cattivo” (Sūrah “An-Nisā’”, 4:2), ovvero senza agire contro il loro interesse per il proprio tornaconto. Il rispetto dovuto agli “orfani” deve piuttosto essere mosso dalla “carità […] per amore Suo [di Allāh]” (Sūrah “Al Baqara”, 2:177), come opera buona per il conseguimento della salvezza.

Il Profeta Muhammad (saw) – Egli stesso un bambino “orfano” sia di padre che di madre – approfondisce negli Hadīth il significato della cura degli “orfani” delineato nel Corano.

“Colui che si prende cura di un orfano sarà insieme con me in Paradiso in questo modo” (Bukhari), afferma il Profeta (saw) mostrando due delle sue dita tenute insieme. E ancora: “La migliore casa tra i musulmani è la casa in cui gli orfani sono trattati bene. La peggiore casa tra i musulmani è la casa in cui vengono trattati male” (Bukhari). I centri di detenzione in Siria e Iraq a quale “casa tra i musulmani” corrispondono?

Contribuire, nella migliore delle circostanze, alla fornitura minima di vettovaglie, vestiario, alfabetizzazione e cure mediche, in condizioni di disagio comunque disumane, non significa prendersi davvero cura degli “orfani” rinchiusi in questi campi. La “carità” verso di loro impone che gli venga garantita una nuova “casa”, un contesto di vita dove poter crescere e diventare adulti seguendo la “Retta Via”, senza subire discriminazioni per colpe mai commesse. Abbandonarli in quei campi, significa consegnarli all’estremismo, “veramente un peccato grande” (Sūrah “An-Nisā’”, 4:2) al cospetto di Allāh (swt), il Compassionevole, il Misericordioso.

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