PREVENZIONE E INTEGRAZIONE: IL RUOLO DELLE FAMIGLIE MUSULMANE

Il diario di Leila B., la 18enne arrestata a Béziers, nel sud della Francia, la notte tra il 3 e il 4 aprile, prima che potesse compiere gli attacchi terroristici che stava pianificando, apre un ulteriore squarcio sulla vicenda di radicalizzazione vissuta dalla giovane di origine marocchina. Gli estratti più salienti, pubblicati da Le Parisien, mostrano il livello estremo di fascinazione per l’ISIS che Leila B. aveva raggiunto. Disegni di coltelli, pistole e di teste decapitate, frasi inneggianti alla violenza, propositi stragisti esplicitamente delineati: Leila B. desiderava il suo macabro momento di gloria come regista, sceneggiatrice e attrice protagonista di un film dell’orrore in procinto di diventare realtà, la cui produzione avrebbe portato il marchio dell’ISIS.

Il diario conferma l’intenzione della 18enne di colpire all’interno della chiesa che poteva osservare dalla finestra della sua stanza, nel quartiere di Devèze. Oltre a una pianta della chiesa da lei stessa disegnata, le ultime pagine contengono appunti sulle aree dell’edificio più affollate e gli orari di apertura. Gli investigatori avevano già precisato che si trattava di un ripiego: Leila B. avrebbe infatti preferito chiese situate in località più prestigiose, a Montpellier o persino a Strasburgo, ma le restrizioni legate alla pandemia non glielo avrebbero consentito. Luogo dell’attentato a parte, l’intenzione e gli obiettivi erano chiari, come si può desumere da uno dei tanti scambi di opinione avuti online con altri soggetti radicalizzati: “I cristiani, li ucciderò. Taglierò le loro teste nella chiesa”, sull’esempio dei video di cui faceva incetta su internet.

Nel taccuino descrive in dettaglio lo stato di avanzamento dei suoi piani: “Sono le 12:11, mi sono appena svegliata e ho molte cose da fare. Devo andare a comprare un vestito, acqua ossigenata, un contenitore di vetro. […] Presto sarà tutto finito, presto mi vendicherò. D’ora in poi nessuno potrà fermarmi”. Vendicarsi di cosa? Charlie Hebdo, Siria, percezione indotta di persecuzioni subite, risentimento sociale: l’estremismo è capace delle più svariate strumentalizzazioni da fornire come movente alla base dell’azione terroristica, e tutte contribuiscono ad alimentare e consolidare nei soggetti radicalizzatati un’identità ferocemente contrapposta alle società nelle quali vivono, nel caso di Leila B. quella francese, il nemico “infedele” da annientare nella maniera più cruenta e inumana possibile.  

In alcuni scritti del taccuino, la 18enne menziona anche altri piani di omicidio di massa, come l’attacco al suo liceo. “Il D-day [….] ucciderò uno dei miei vicini e poi deciderò se ne ucciderò altri tre. […] Dopodiché, vado al liceo e inizio il massacro. Farò saltare tutto in aria, distruggerò tutto, ucciderò tutti sulla mia strada”. Nella perquisizione della stanza, gli investigatori hanno rinvenuto una “spada” e bottiglie contenenti sostanze chimiche per la fabbricazione di ordigni esplosivi, insieme a un poster del World Trade Center in fiamme e ad immagini del Prof. Paty decapitato.

Rispetto alle ricostruzioni iniziali, sono emersi nuovi particolari che richiamano in causa il ruolo della famiglia. Con il padre ospedalizzato, oltre a Leila B. la custodia cautelare aveva riguardato la madre e le tre sorelle. Il rilascio dopo qualche giorno non aveva fugato dubbi e sospetti su una loro possibile inclinazione verso l’estremismo, non esclusa neppure dal fatto che Leila B. avesse reso la propria stanza inaccessibile, stando a quanto raccontato da madre e sorelle, sebbene la stampa “mainstream” francese abbia interpretato il divieto d’ingresso come un segnale di rottura assolutorio nei confronti della famiglia.

Come già evidenziato, “contesti familiari dal sostrato sub-culturale estremista sono ben presenti in Francia ed è da lì che emergono giovani […] come Abdullakh Abouyedovich Anzorov, il 18enne ceceno che ha decapitato il Prof. Paty”. È dunque plausibile che Leila B., anche in presenza di simpatie radicali in comune, abbia preferito vietare ai familiari l’ingresso nella sua dimensione estremista privata, poiché avrebbero potuto ragionevolmente non approvare i piani terroristici che stava elaborando e quindi esserle d’intralcio.

In ogni caso, soprattutto i genitori portano sulle spalle il peso di gravissime responsabilità nella trasformazione di Leila B. in una terrorista. Se non sono stati loro a trasmetterle le tendenze poi sfociate in un’autentica “passione” per l’ISIS, come padre e madre non hanno impedito l’abbandono scolastico della figlia, una piaga davvero profonda per la seconda o terza generazione in Francia e in altri paesi europei, Italia compresa, con risvolti che favoriscono la radicalizzazione. “La de-scolarizzazione – infatti − offre all’ISIS una ghiotta opportunità d’indottrinamento e reclutamento dei più giovani, facendo leva sulla condizione di marginalizzazione, instabilità psicologica e risentimento verso la società, nonché sulla scarsa formazione religiosa e culturale della preda di turno, per ‘sviarla’ dalla ‘Retta via’ di Allāh (swt), affinché intraprenda quella della violenza e non del ‘jihād’ per il perfezionamento spirituale”.

I genitori, inoltre, non hanno dato il giusto peso agli evidenti segnali di comportamento anomalo provenienti da Leila B.: dichiarare durante un interrogatorio che era proibito entrare nella stanza dove questa viveva come una “reclusa”, potrebbe pertanto essere considerata una chiara ammissione di colpa, nonché un modo forse per dissociarsi dalle sue tentate imprese terroristiche, dando l’impressione che “potevano non sapere”.

La vicenda di Leila B. richiama così l’attenzione sul ruolo cruciale che le famiglie musulmane sono chiamate ad esercitare quali sensori di prima istanza di un processo di radicalizzazione giovanile in corso, ancor più di fronte alla nuova campagna di proselitismo estremista avviata dall’ISIS diretta alla nuova generazione di millenials.

Poco più che maggiorenni, se non adolescenti nella minore età, le nuove leve del terrorismo, sia uomini che donne, non servono più come “foreign fighters” del sedicente “Stato Islamico” in Siria e Iraq, bensì come assassini e stragisti su suolo europeo. Il 16 ottobre 2020 è stata la volta di Anzorov. Poco dopo, di Brahim Issaoui, il 21enne tunisino autore dell’attentato di Nizza del 29 ottobre (3 morti), e di Kujtim Fejzulai, il 20enne albanese della Macedonia settentrionale che ha attaccato il centro di Vienna il 2 novembre (4 morti e 23 feriti).

Leila B. avrebbe voluto fortemente che il prossimo nominativo nell’elenco fosse il suo. Se le roccaforti del “califfato del terrore” fossero oggi ancora intatte, sarebbe stata molto probabilmente indotta a partire per unirsi a ranghi dell’ISIS come accaduto a tante altre giovanissime donne, ad esempio la britannica Shamima Begum, che aveva 18 anni al momento della fuga dal Regno Unito (attualmente, si trova nel campo di Al Hol in Siria). Ma nel mutamento di scenario seguito alla caduta del sedicente “Stato Islamico”, la missione consiste nel colpire il nemico sul suo stesso territorio.

Con un vasto esercito di nuovi millenials da lanciare all’attacco (300-400 mila nella sola Francia), le famiglie musulmane emergono dunque sempre più come un pilastro delle strategie di prevenzione dello “sviamento” dalla “Retta Via” dell’Islām autentico insito nel processo di radicalizzazione, sebbene la vicenda di Leila B. insegna che spesso genitori, fratelli e sorelle, parenti e congiunti, quando non affetti essi stessi da idee estremiste, mancano della consapevolezza sufficiente a svolgere tale funzione in maniera efficace. Un’opera di maggiore formazione e informazione si rende pertanto necessaria, con l’obiettivo di rafforzare le capacità delle famiglie d’identificare i primi segnali di vulnerabilità a potenziale radicalizzazione, gestire le relazioni con il soggetto interessato, contrastare il discorso e le narrative estremiste.

Le famiglie musulmane hanno bisogno di strumenti adeguati per respingere il tentativo dell’estremismo d’insinuarsi tra le mura domestiche, specie attraverso internet, ed è compito di governi, esperti e delle organizzazioni della società civile fornire conoscenze e competenze utili, da impiegare anche nella fase di de-radicalizzazione e reinserimento nel contesto familiare e sociale. Dalle famiglie, possono inoltre emergere figure autorevoli impegnate nella denuncia dell’inganno dell’estremismo nella sfera pubblica, che riescono a influenzare percezioni e ispirare comportamenti in senso positivo, rafforzando così gli anticorpi contro la radicalizzazione a livello sia individuale che comunitario.

Con la minaccia dell’ISIS che accresce la propria insidiosità, non si tratta di una scelta opzionale o accessoria: consolidare il ruolo delle famiglie come soggetto attivo nella lotta all’estremismo e alle sue manifestazioni terroristiche è una priorità strategica.

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