LA “SHAHĀDAH” DELLA PACE CONTRO L’ESTREMISMO

Decapitazioni! Decapitazioni! Vi macineremo nella polvere!

Dalle fucine dell’estremismo pakistane, è questa l’aberrante esortazione che risuona tra i musulmani di tutto il mondo, affinché sfoderino la “spada” per vendicare il Profeta Muhammad (saw) sempre a causa delle (sciocche) vignette pubblicate dalla rivista francese Charlie Hebdo. Un’esortazione a uccidere ferocemente, che assume una valenza ancora maggiore giungendo da una scuola (pseudo)religiosa femminile, dove sono centinaia le bambine e le giovani studentesse che vengono iniziate a un culto del sangue e della morte in alcun modo riconducibile all’Islam, inteso sia nella sua spiritualità che nei suoi principi etici e fondamenti teologici e dottrinari.

Eppure, è quanto la devianza dal messaggio del Profeta (saw) è riuscita a inoculare a mo’ di virus nelle menti e nei cuori di milioni e milioni di musulmani: non solo di coloro che sono stati apertamente risucchiati nei ranghi dell’estremismo (dalle bambine pakistane ai “foreign fighters” dell’ISIS e di Al Qāʿida), ma dei fedeli ordinari presso cui, anche in Europa, si è diffuso un certo giustificazionismo, più o meno celato, verso decapitazioni (Parigi, Nizza) e colpi di arma da fuoco (Vienna).

Il nodo cruciale da sciogliere per i musulmani riguarda le modalità della Shahādah, la “testimonianza di fede” in Allāh (swt) e nella Sua unicità (Tawhīd). Ed è qui che s’inserisce Iblīs, il Satana nemico di Allāh, con i suoi “agguati” e “insidie” a provocare lo “sviamento” dei musulmani dalla “Retta Via” (Sūrah “An-Nūr”, 24:46) che conduce alla salvezza (Sūrah “Al A’rāf”, 7:16-17). A tal proposito, le “cattive maestre” pakistane ci offrono un chiaro esempio di come si possa facilmente confondere la “testimonianza di fede” in Allāh (swt) con una “testimonianza di orgoglio”, tipica appunto di Iblīs, con tutto ciò che ne consegue.

Ora solo uno di voi è andato all’inferno, ma c’è ancora fuoco che brucia nei nostri cuori.

Avete sfidato le schiave di Muhammad, voi avete iniziato e noi finiremo.

Possiamo sopportare qualsiasi cosa, ma attaccare il Profeta è una questione di vita o di morte.

Non ci fermeremo finché non ci saremo vendicate del vostro insulto.

Quello che avete seminato raccoglierete.

È l’ego infuocato dall’orgoglio a parlare, l’orgoglio che acceca ogni capacità di discernimento generando l’odio, il risentimento e l’ira indispensabili ad alimentare violenza e terrorismo.

Iblīs ha già pagato a caro prezzo il proprio orgoglio: “Vattene! – disse Allāh (swt) – Qui non puoi essere orgoglioso. Via! Sarai tra gli abbietti” (Sūrah “Al A’rāf”, 7:13). Mai pentito, Iblīs continua ad operare incessantemente allo scopo di far sprofondare nel suo abisso i musulmani e l’intera umanità, sfruttandone le debolezze per allontanarli da Allāh (swt) e spingerli ad agire in senso contrario alla volontà divina. Uccidere dunque, ma anche restare uccisi e uccidersi nell’uccidere, sebbene l’Islam proibisca a chiare lettere il suicidio (Sūrah “An-Nisā’”, 4:29: “Non uccidetevi da voi stessi”). La strada indicata da Iblīs non porta però alla salvezza, come si viene indotti a credere una volta entrati nell’ottica ingannevole dell’estremismo.

Il nostro sangue desidera ardentemente di scorrere per il bene del nostro Profeta.

Non vediamo l’ora di bere dalla coppa di Muhammad in Paradiso.

È possibile che il sangue dei musulmani non porti frutti?

Se il sangue dei musulmani viene versato per la falsa “causa” dell’estremismo, nel perseguimento delle sue false prospettive escatologiche, i frutti che ne derivano non possono che essere sgraditi ad Allāh (swt), “il Compassionevole, il Misericordioso”.

Davvero tagliare teste per poi essere uccisi dalla polizia, o trasformare persino bambini e adolescenti in attentatori suicidi, è conforme a quanto richiede Allāh (swt) come “testimonianza di fede” e agli insegnamenti del Profeta (saw)? Potrebbero mai, Allāh (swt) e il Profeta (saw), essere fieri di simili Shahādah e dei manipolatori dell’Islām al servizio di Iblīs? Si tratta di domande retoriche, per chi conosce davvero il Corano e non ne distorce i contenuti.

In vita, nello svolgimento della sua missione di Messaggero di Allāh (swt), il Profeta Muhammad (saw) fu sottoposto in numerose occasioni a insulti e ridicolizzazioni, che oggi rientrerebbero nella categoria di “blasfemia” non meno delle vignette di Charlie Hebdo (Sūrah “An-Nahl”, 16:101; Sūrah “Al Isrā’”, 17:47; Sūrah “Al Furqān”, 25:8; Sūrah “As-Sāffāt”, 37:36). Persino il Corano fu oggetto di scherno (Sūrah “Al Anbiyā’”, 21:5; Sūrah “An-Nahl”, 16:103; Sūrah “Al Furqān”, 25:5; Sūrah “Sād”, 38:7), ma Allāh (swt) non ha mai comandato la pena di morte, tanto meno con il taglio della testa, per le offese rivolte alla Sua rivelazione e al Profeta (saw).

Piuttosto, il Corano richiede ai musulmani di elevare lo spirito e l’intelletto al di sopra dell’orgoglio, affinché possano comprendere e vedere nitidamente con i propri occhi che oggi la grande battaglia da combattere “sulla via di Allāh” (Sūrah Muhammad, 47:4) è quella contro i fautori dell’uso della violenza in nome dell’Islām, gli “sviati” (Sūrah “Al Fātiha”, 1:7) caduti nella trappola dell’estremismo, l’altra faccia della medaglia rispetto agli “ignoranti” che insultano il Profeta Muhammad (saw) e di cui Allāh (swt) ha già stabilito le sorti: “Riempirò l’Inferno di tutti voi, di te [Iblīs] e di coloro che ti avranno seguito” (Sūrah“Al A’rāf”, 7:18).

Secondo l’ineffabile “sapienza e saggezza” di Allāh (swt), i musulmani hanno allora davanti a sé una triplice sfida, e il compimento dello “sforzo” (Jihād) necessario ad affrontarla e vincerla, costituisce la “testimonianza di fede” autentica a cui è l’Altissimo stesso a chiamarli.

La prima sfida, attinente alla dimensione interiore, intende mettere alla prova la capacità dei credenti di non cedere ai cattivi sentimenti generati dall’orgoglio nel caso di provocazioni e offese, mantenendo sempre e costantemente un atteggiamento improntato al principio aureo della wasatia (Sūrah “Al Baqara”, 2:143), l’equilibrio e la moderazione prescritti dal Corano. Una sfida che implica uno “sforzo” (Jihād) di perfezionamento spirituale molto più difficile da compiere (e con successo), rispetto alla soluzione facile e immediata fornita da Iblīs di ricorrere alla “spada” per ottenere vendetta.

D’altro canto, si tratta di uno “sforzo” (Jihād) a cui ogni individuo che cerca di avvicinarsi ad Allāh (swt) non può sottrarsi. Nelle parole esatte degli Hadīth del Profeta Muhammad (saw):

La battaglia migliore è combattere contro la propria anima e contro le proprie passioni lungo la via di Allāh l’Altissimo.

Il Mujahid è colui che combatte contro se stesso.

Armati di wasatia, i musulmani sono chiamati a raccogliere una seconda sfida, intraprendendo uno “sforzo” (Jihād) d’interlocuzione rivolto agli “sviati” (Sūrah “Al Fātiha”, 1:7) che “hanno scambiato la retta Guida con la perdizione” (Sūrah “Al Baqara”, 2:16), sebbene credano che abbracciare violenza e terrorismo equivalga ad agire per il “bene” del Profeta Muhammad (saw).

Volete che vi citiamo coloro le cui opere sono più inutili, coloro il cui sforzo in questa vita li ha sviati, mentre credevano di fare il bene? (Sūrah “Al Kahf”, 18:103-104).

Satana abbellì agli occhi loro le loro azioni e li sviò dalla Retta Via nonostante fossero stati invitati ad essere lucidi (Sūrah “Al ‘Ankabūt”, 29:38).

La Shahādah pertanto sollecita nei credenti uno “sforzo” (Jihād) finalizzato a rendere gli “sviati” (Sūrah “Al Fātiha”, 1:7) consapevoli della loro condizione di soggiogamento all’inganno di Iblīs. Ecco la seconda sfida. Beninteso, ad Allāh (swt) “l’Onnipotente”, “il Signore dei mondi”, non occorre alcuna mediazione umana, poiché Egli “dirige chi vuole sulla Retta Via” (Sūra “An-Nūr”, 24:46). Al contempo, è dovere dei musulmani impegnarsi attivamente nella lotta contro Iblīs e contro la sua opera di “sviamento” dei credenti e di distruzione dell’Islām, la “Religione della verità” (Sūrah “At-Tawba”, 9:33).

Che fare allora nei confronti di chi, non conoscendo la “verità”, compie “il male per ignoranza” (Sūrah “Al An‘ām”, 6:54)? Decapitarlo? Sparargli? Farlo (e farsi) saltare in aria? Secondo la volontà di Iblīs, la risposta è affermativa, ma Allāh (swt) predilige in maniera inequivocabile una soluzione diametralmente opposta.

Seguendo il Corano, come primo passo i musulmani devono incoraggiare gli “sviati” (Sūrah “Al Fātiha”, 1:7) ad accantonare l’orgoglio per esercitare con gli “ignoranti” la virtù della pazienza.

Invero, Allāh è con il paziente (Sūrah “Al Baqara”, 2:153).

Segui ciò che ti è stato rivelato e sopporta con pazienza, finché Allāh giudichi (Sūrah “Yūnus”, 10:109).

Se sopporterete con pazienza, ciò sarà meglio per coloro che sono stati pazienti (Sūrah “An-Nahl”, 16:126).

Sii paziente! La tua pazienza [non viene da altri] se non da Allāh. Non ti affliggere per loro e non farti angosciare dalle loro trame (Sūrah “An-Nahl”, 16:127).

Sopporta con pazienza quello che dicono (Sūrah “TāHā, 20:130; Sūrah “Sād”, 38:17; Sūrah “Qāf”, 50:39; Sūrah “Al Muzzammil”, 73:10).

La pazienza è il presupposto fondamentale per l’instaurazione di un dialogo costruttivo con gli “ignoranti”, così che possano riconoscere e comprendere con la forza delle argomentazioni e della ragionevolezza l’errore insito nella malintesa idea di “libertà di espressione” alla base della pubblicazione delle vignette offensive sul Profeta (saw), nel caso specifico di Charlie Hebdo. È questa la terza sfida, che sottintende uno sforzo (Jihād) di natura culturale teso a illuminare quanto l’“ignoranza” aveva lasciato avvolto nelle tenebre. Sarà poi Allāh (swt) a giudicare, essendo Egli “il Migliore dei giudici” (Sūrah “Al An‘ām”, 6:57; Sūrah “Al A‘rāf”, 7:87). Come riportato nel Corano dal Profeta Muhammad (saw):

Chiama al sentiero del tuo Signore con la saggezza e la buona parola e discuti con loro nella maniera migliore. In verità, il tuo Signore conosce meglio [di ogni altro] chi si allontana dal Suo sentiero e conosce meglio [di ogni altro] coloro che sono ben guidati” (Sūrah “An-Nahl”, 16:125).

È Allāh (swt) a guidare “verso la Sua luce chi vuole Lui” (Sūrah “An-Nūr”, 24:35), traendolo “dalle tenebre” (Sūrah “Al Baqara“, 2:257) in direzione della Sua conoscenza. Ai musulmani spetta comunque la “testimonianza di fede” consistente nell’interloquire con gli “ignoranti”, unendo alla pazienza anche cortesia e umiltà in funzione del “perdono”, della “riconciliazione” e del raggiungimento della meta finale: la “pace”.

Siate cortesi quando discutete con i Popoli del Libro (Sūrah “Al Ankabūt”, 29:46).

I servi del Compassionevole: sono coloro che camminano sulla terra con umiltà e quando gli ignoranti si rivolgono loro, rispondono: “Pace!” (Sūrah “Al Furqān”, 25:63).

La ricompensa per un insulto è un insulto della stessa entità: ma se una persona perdona e si riconcilia, la sua ricompensa da parte di Allāh è dovuta, perché Allah non ama coloro che fanno il male (Sūrah “Ash-Shūrā”, 42:40).

Salaam, dunque: no violenza e terrorismo. L’inconciliabilità tra la “testimonianza di fede” autentica, radicata nella wasatia del Corano, e la “testimonianza di orgoglio” dell’estremismo, caratterizzata da odio, risentimento, ira, violenza e terrorismo, è tanto evidente quanto insanabile. Per i veri musulmani, non esiste altra Shahādah in Allāh (swt) che quella della pace contro l’estremismo.

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