DONNE E TALEBANI: CONNUBIO IMPOSSIBILE?

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Riprendiamo il filo dei sondaggi proposti alla Ummah digitale da Jihād senza Spada. L’ultimo in ordine temporale ha riguardato l’Afghanistan, terra musulmana anch’essa da non dimenticare, dove i Talebani continuano a far parlare di sé.

Qualche mesa fa, la promulgazione sulla Gazzetta Ufficiale talebana di una legge che, tra le varie cose, stabilisce per le donne il “divieto di parlare in pubblico” e di uscire di casa “se non in caso di necessità”, ha fatto il giro dei giornali di tutto il mondo, suscitando le solite critiche di circostanza nell’indifferenza generale. A mettere in atto tali misure sarà il Ministero della Propagazione della Virtù e della Prevenzione del Vizio, che con il ritorno dei Talebani al potere ha preso il posto del Ministero per gli Affari femminili.

Si tratta dell’organo incaricato di “ordinare il bene e proibire il male”, la cosiddetta hisba (letteralmente “verifica”). Un argomento che il blog ha già trattato ampiamente in precedenza (qui e qui), mettendo in rilievo come esercitare una responsabilità tanto grande e delicata attraverso la coercizione e la violenza, come accade spesso ad esempio nel caso dell’hijāb, genera solo effetti controproducenti, fino al rigetto dell’Islām stesso da parte di quei musulmani, uomini e donne, i quali, pur nell’errore, coercizione e violenza le subiscono. Un esito che non può essere gradito ad Allāh swt.

Tra i numerosi “sviati della hisba”, avevamo incluso anche i Talebani, nei cui confronti Jihād senza Spada è sempre stato particolarmente severo ma giusto (almeno noi la pensiamo così).

Fedeli alla linea, i Talebani finora non sono in alcun modo “cambiati”, come invece aveva sperato qualche sostenitore al momento della marcia trionfale su Kabul, scontrandosi con la posizione del blog. Fin dall’inizio, siamo stati infatti convinti che il regime dei Talebani 2.0 non avrebbe mosso passi in avanti rispetto al passato, specie per la condizione delle donne. E così è stato. D’altro canto, a 3 anni di distanza, ci ha stupiti l’insistenza nel ribadire con un provvedimento ufficiale quanto era comunque già tornato in vigore in Afghanistan in seguito alla reconquista. Una forma di vanità “ideologica”, volta a soddisfare il proprio nafs?

In ogni caso, è ciò che ci ha spinto a consultare la Ummah digitale alla ricerca di spiegazioni e nuovi spunti di riflessione, lanciando un sondaggio su Instagram diffuso anche sugli altri canali social del blog. Tabārakallah, l’idea si è rivelata giusta. Ringraziamo di cuore i fratelli e le sorelle che hanno risposto ai quesiti del sondaggio, condividendo in tal modo la propria opinione, con un pensiero speciale per coloro che generosamente hanno dedicato tempo ed energie ad approfondire l’argomento con noi in conversazioni fruttuose e illuminanti. Che Allāh swt vi ricompensi per lo “sforzo”. Jazākallahu khayran.

Con sorpresa, a differenza degli altri sondaggi che avevano fatto venire a galla una maggiore polarizzazione dei punti di vista, c’è stata una distribuzione più paritaria delle risposte tra le varie opzioni disponibili. Vale a dire, alle frasi “La donna non può parlare ad alta voce in pubblico” e “La donna può uscire di casa solo in caso di necessità”, gli utenti si sono suddivisi equamente tra “Sì”, “No”, “Non so”, “In alcuni casi Sì”.

In questo mare di posizionamenti e sensibilità, dove sta la posizione “equilibrata” (wasat) che i musulmani sono chiamati ad assumere? I Talebani sono comunque parte della Ummah, come poter avviare con loro almeno un filo di discorso volto a discutere in maniera costruttiva delle donne musulmane e di ciò che le riguarda all’interno di una società islamicamente corretta? Quanto emerso dall’iniziativa del sondaggio può fornire indicazioni utili.

“Dove sta la base sharaitica della legge?”, si è chiesto un nostro caro lettore nel dare avvio alla riflessione comune. Altri utenti hanno così richiamato l’attenzione sulla Sūrat al-Ahzāb, 33:32-33, ricca di raccomandazioni per le sorelle credenti: “Se siete timorate di Allāh, non siate ossequiose nel parlare, affinché colui che ha il cuore malato non desideri, ma parlate in modo appropriato”. “E rimanete nelle vostre case e non mostratevi come facevano le donne nei tempi dell’ignoranza… Allāh vuole rimuovere da voi l’impurità e purificarvi a fondo”.

L’obiettivo di questi comandamenti divini è quello di chiudere le porte al peccato, alla fitna generata in maniera naturale dall’‘awrah femminile nelle sue varie sfaccettature. Una protezione sia per la donna che per l’uomo, su cui la hisba è chiamata a “verificare”. Tuttavia, “nel loro approccio alla legge islamica”, afferma un fratello ʿālim (molto acuto nelle osservazioni), “i Talebani sono un po’ troppo restrittivi”, poiché “impediscono alla donna di avere un ruolo attivo nella società, al di là delle intenzioni che possono avere”.

In merito all’uscire di casa, il fratello sottolinea che le linee guida delineate dall’Islām non impediscono alla donna di studiare o lavorare, purché mantenga un comportamento improntato alla modestia e al rispetto (“decenza” diciamo noi), secondo la Sharīʿa. Anzi, l’Islām incoraggia la donna a istruirsi e a lavorare, partecipando alla costruzione e allo sviluppo della comunità.

Pertanto, cari fratelli Talebani, le donne musulmane sono assolutamente legittimate a uscire di casa non solo per fare acquisti o visitare parenti (e recarsi in moschea naturalmente), ma anche per motivi di studio e lavoro, che costituiscono “necessità” basilari di cui a beneficiare è l’intera Ummah. L’educazione è fondamentale, rimarca una cara sorella, “dato che la donna è anche la prima ‘scuola’ per i figli”. Perché continuare a negare alle donne afghane diritti sanciti da Allāh swt nel Nobile Corano?

Per quanto concerne la voce femminile in pubblico, la donna è tenuta ad esprimersi con un tono moderato e ad evitare inflessioni seducenti anche qui per evitare che si generi fitna, attirando attenzioni che attengono alla sfera del “desiderio” (sessuale). D’altro canto, ciò non significa che la donna in pubblico non possa farsi sentire, partecipando e impegnandosi attivamente nella società in modo rispettoso sia dell’Islām che della propria dignità (le due cose vanno insieme). È per caso nel timore di una ribellione delle donne afghane che il provvedimento contro la “voce alta” è stato approvato?

In conclusione, siamo forse riusciti ad arrivare alla posizione “equilibrata” (wasat) che cercavamo, nel pieno rispetto delle norme religiose. Ce lo auguriamo e che Allāh swt perdoni i nostri errori, che derivano comunque dall’intenzione di promuovere una visione dell’Islām “purificata” dagli estremismi. Se errori ci sono, invitiamo i lettori a intervenire per correggerci e proseguire nel dibattito.

I Talebani ci trovano pronti al confronto in qualsiasi momento. È giunta l’ora che capiscano finalmente che la loro interpretazione ultra-rigida (e sadica) della Sharīʿa non è altro che una “mistificazione” della Parola dell’Altissimo. Finché gli verrà concesso, possono ancora davvero cambiare e salvarsi l’anima.

“Nel passaggio del tempo, in verità l’uomo è in grave perdita, eccetto coloro che credono e compiono il bene”, mentre “vicendevolmente si raccomandano la verità…” (Sūrat al-’Asr, 103:1-3).

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