QUANDO CHI FA RISPETTARE LA “HISBAH” È DEVIATO…

Sorga tra voi una comunità che inviti al bene, incoraggi ciò che è buono e proibisca ciò che è male. Ecco coloro che prospereranno” (Sūrat “Āl ‘Imrān”, 3:104).

Nella Ummah digitale, la rivolta in corso in Iran, scatenata dalla tragica uccisione della 22enne Mahsa Amini, sembra passare quasi inosservata. Eppure, per noi musulmani le questioni su cui riflettere non mancano. La narrativa dei media occidentali si è concentrata esclusivamente sulla protesta degli iraniani contro l’obbligo per le donne d’indossare l’hijāb imposto dalla “polizia religiosa”, con le condanne a morte dei manifestanti e le numerose uccisioni perpetrate dal regime, peraltro non pubblicamente riconosciute. Si tratta tuttavia di una visuale inevitabilmente limitata, in grado di cogliere solo ciò che accade in superficie, nella sua drammaticità, senza però riuscire a individuare le problematiche di fondo che hanno scatenato la vicenda. Questo possono farlo soltanto i musulmani attraverso la disamina intellettuale (Jihād al ‘Aql), necessaria sia per l’invito all’Islām e l’attività di Daʿwa, che per meditare su stessi e sullo stato della Ummah.

Guardando allora quanto accade in Iran con le lenti del Jihād al ‘Aql, ad essere chiamate in causa sul banco degli imputati sono le modalità di attuazione della cosiddetta hisbah, l’istituto giuridico risalente al periodo islamico classico che originariamente prevedeva la creazione di una figura (il muhtasib, il più delle volte identificato con il Califfo stesso) preposta a supervisionare la condotta morale dei cittadini nei luoghi pubblici e dei titolari di esercizi commerciali nei mercati.

Naturalmente, la hisbah (letteralmente “verifica”) traeva (e dovrebbe trarre ancora oggi) la sua legittimità dai dettami del Corano, dove viene ripetutamente evocato (Sūrat Āl ‘Imrān, 3:104, 110 e 114; Sūrat al A‘rāf, 7:157; Sūrat at Tawba, 9:71) il dovere di ogni musulmano di “ordinare il bene e proibire il male” (al amr bi’l ma’rūf wa’l nahi ‘an al munkar), quale presupposto fondamentale di una comunità musulmana giusta, che favorisca la purificazione delle anime sulla Retta Via verso il Jannāh. Alla realizzazione di tale comunità siamo tutti chiamati a contribuire, esercitando la hisbah in quanto parte del Dīn per promuovere il rispetto della Sharīʿa, ciascuno secondo le proprie possibilità, come spiega chiaramente il Profeta Muhammad (saw): “Chi tra voi vede il male, lo cambi con la sua mano. Se non è in grado di farlo, allora con la lingua. Se non è in grado di farlo, allora con il suo cuore” (Sahīh Muslim, 49).

È pertanto sulla parola di Allāh swt e sulla Sunnah del Profeta Muhammad saw che si fonda la dottrina islamica tradizionale (Ahl al Sunnah wa’l Jama’ah) sulla hisbah, che stabilisce tre principi fondamentali a cui il compito di “ordinare il bene e proibire il male”, da parte sia del singolo individuo che dei governi, deve necessariamente attenersi: conoscenza (dell’Islām, sembra scontato ma non lo è), gentilezza (compassione), pazienza (tolleranza). A dirlo non siamo certo noi, ma maestri del fiqh che hanno operato fin dai primi secoli dell’era islamica sulla scia dei Sahāba, tramandando i propri insegnamenti di generazione in generazione. Ad esempio, Sufyān al Thawrī: “Nessuno può ordinare il bene o proibire il male se non colui che possiede tre qualità: la dolcezza in ciò che ordina e proibisce, la giustizia in ciò che ordina e proibisce e la conoscenza di ciò che ordina e proibisce”.

Ad al Thawrī, ha fatto eco al Qādī Abū Yaʿlā: “Nessuno dovrebbe ordinare il bene e proibire il male se non colui che è esperto in ciò che ordina, esperto in ciò che proibisce, compassionevole in ciò che impone, compassionevole in ciò che proibisce, tollerante in ciò che impone e tollerante in ciò che proibisce”.

La spiegazione di al Qādī Abū Yaʿlā è ripresa anche dallo Shaykh Ahmad al ʿAlāwī, mentre è citata interamente da Ibn Taymiyya nell’opera intitolata, guarda caso, “Ordinare il bene, proibire il male”, dove è presente anche un chiaro rimando ad al Thawrī. Taymiyya infatti ribadisce che “chi comanda il bene deve avere tre qualità: conoscenza, gentilezza e pazienza”, precisando che “la conoscenza viene prima di essa, la gentilezza viene durante di essa e la pazienza viene dopo di essa”, e che la “separazione non equivale a negare che queste tre qualità devono essere sempre presenti”.

Se nell’“ordinare il bene e proibire il male” viene a mancare anche solo una delle tre qualità, il rischio, mette in guardia Ibn Taymiyya, è che si vada a creare una situazione peggiore per se stessi e per gli altri: “Sulla base di ciò, è detto di non lasciare che il tuo ordinare il bene e proibire il male non sia il male stesso. Poiché è tra le più grandi delle azioni obbligatorie e raccomandate, così il beneficio delle azioni obbligatorie e raccomandate deve superare il loro danno”.

In sostanza, il male non deve essere proibito ricorrendo a un altro male, non è questa la soluzione, e per evitare un simile scenario è indispensabile il ricorso all’equilibrio (wasat) che Allāh swt raccomanda nel Corano (Sūrat al Baqara, 2:143) quale criterio che deve illuminare il passo dei musulmani anche nella hisbah. Come affermato da Ibn al Qayyim nell’opera Madārij al Sālikīn: “La saggezza è agire come si dovrebbe, nel modo in cui si dovrebbe, nel momento in cui si dovrebbe”.

Tornando all’epoca contemporanea, se nelle semplificazioni giornalistiche occidentali la hisbah corrisponde solitamente a un apparato governativo brutale, repressivo e ingiusto, lo si deve solo in parte all’ignoranza dei media stessi, che l’Islām lo conoscono poco o nulla. La maggiore responsabilità della diffusione di notizie che screditano e distorcono completamente l’immagine dell’Islām, ricade invece proprio sull’applicazione “sviata” della hisbah che negli ultimi decenni è stata effettuata all’interno di vari paesi “islamici”, senza dimenticare i danni provocati dalle organizzazioni terroristiche jihadiste. In entrambi i casi, la hisbah non è stata messa al servizio della “causa di Allāh” (fī sabīlillāh), ma gravemente strumentalizzata per soddisfare il proprio nafs nelle sue ambizioni più narcisistiche di controllo e predominio, proiettando oltretutto una falsa immagine d’islamicità per dimostrare all’esterno di essere più musulmani degli altri (e quanti ingenui credenti hanno abboccato all’amo?).

Per i mullah e i pasdaran iraniani, sarebbe stato pertanto di grande beneficio lo studio della dottrina islamica tradizionale sul tema della hisbah, prima di generare con le proprie politiche la fortissima reazione contraria che oggi li sta mettendo alle corde e non sanno fare altro che reprimere nel sangue e nella violenza più assoluta, come purtroppo già accaduto in precedenza.

D’altro canto, esempi di hisbah sbagliata provengono anche da altri luoghi e al riguardo non si può non citare quanto accaduto fino a poco tempo fa in Arabia Saudita, dove i pestaggi, le angherie e i misfatti del famigerato “Comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del Vizio” sono un ricordo vivissimo. Gli agenti del Comitato si sono spinti oltre i limiti dell’assurdo, impedendo ad alcune studentesse di scappare da una scuola in fiamme perché non erano vestite in maniera sufficientemente “modesta”. Ad alcuni passanti di sesso maschile, giunti sul posto con secchi d’acqua, non consentirono l’ingresso nell’edificio e malmenarono persino i vigili del fuoco intervenuti per evacuare le giovani che stavano rischiando la vita. Il bilancio è stato di 15 ragazze morte e 52 ferite: troppe anche per la Corona saudita che ha così deciso di limitare le prerogative del Comitato, in modo da placare il crescente dissenso interno nei confronti del proprio (mal)governo.

A porre la hisbah al servizio di finalità ancor più shaytaniche, in estrema contraddizione con la dottrina, è poi apparso nello Shām “l’Anti-Stato Islamico del terrore”, dove erano delle donne a ricoprire il ruolo di efferate e sanguinarie “poliziotte” che infliggevano sistematicamente pene corporali e di morte ad altre donne, non risparmiando bambine, né adolescenti. Di fatto, gli esaltati del Dāʿish hanno manipolato a loro piacimento il significato racchiuso nella frase al amr bi’l ma’rūf wa’l nahi ‘an al munkar, attribuendo l’etichetta di male o riprovevole a tutta una serie di piccole “libertà” che a hanno punito con pene d’inaudita violenza per impressionare le folle e indurle ad obbedire e a sottomettersi non ad Allāh swt ma al potere dell’uomo! Non si spiegano altrimenti la decapitazione in una pubblica piazza di un quindicenne, condannato da sedicenti giudici shariatici per aver ascoltato musica occidentale dal suo lettore CD, o il massacro di 13 ragazzini iracheni a colpi di mitragliatrice colpevoli di aver tifato per la loro nazionale durante la partita di calcio contro la Giordania nel corso della Coppa d’Asia. Mentre il muhtasib davvero rispettoso della Sharīʿa non avrebbe mai ordinato l’uccisione a colpi di pistola di due ragazzi sotto gli occhi impotenti dei genitori, perché non avevano partecipato alla preghiera del venerdì.

Sulla scia del Dāʿish, troviamo Boko Haram in Nigeria e al Shabāb in Somalia. Nei territori sotto il controllo di questi gruppi, storie come quelle accadute nello Shām sono tristemente all’ordine del giorno.

Infine, ci sono i “fratelli” Talebani in Afghanistan, che con lore politiche misogine continuano a offrire esempi sconcertanti di totale “sviamento”. Negare il diritto allo studio a bambine, adolescenti e ragazze, è infatti una grave violazione della Sharīʿa, poiché il Corano richiama esplicitamente fin dalla prima rivelazione sia gli uomini che le donne al perseguimento della conoscenza. Iqrā (Sūrat al ‘Alaq, 96:1) è un comandamento rivolto a tutti i figli di Adamo, senza discriminazioni. E se scopo della legge è l’interesse (maslaha) della Ummah, significa che l’educazione femminile è un presupposto imprescindibile affinché “sorga” quella “comunità che inviti al bene, incoraggi ciò che è buono e proibisca ciò che è male” (Sūrat Āl ‘Imrān, 3:104), che Allāh swt pone ai musulmani come traguardo. Una comunità completamente all’opposto di quella desiderata dai Talebani, che stanno condannando l’Afghanistan a restare prigioniero dell’oscurità e dell’ignoranza, dell’abbrutimento e della povertà, sia spirituale che materiale: in prospettiva, che comunità di “maschi” può sorgere in un contesto in cui le donne vengono annullate come essere umani e ridotte a vivere come animali? Questo è senza dubbio un male e andrebbe proibito.

Nel Kitāb Ihyā′ ‘Ulūm al Dīn, Muhammad al Ghazālī spiegava che il profilo del muhtasib doveva corrispondere a quello di un uomo pio e saggio, calmo e composto nelle reazioni, assennato e mentalmente sano, giusto ed empatico. Le deviazioni khomeiniste, wahhabite, jihadiste e talebane hanno portato invece la hisbah ad essere affidata a soggetti fanatici e violenti, che sfogano istinti e frustrazioni sul resto della comunità e sulle donne in particolare. Torniamo dunque all’Islām autentico: le conseguenze di quando l’hisbah sbaglia sono sotto gli occhi di tutti.

Rispondi