Dalla Francia giungono raramente buone notizie che riguardano l’Islām e i musulmani. L’ultima della serie negativa racconta del pestaggio di una 13enne, Samara, avvenuto qualche settimana fa, in pieno Ramaḍān, davanti a una scuola di Montpellier ad opera di due ragazzini appena più grandi di lei (14 e 15 anni). Il motivo? Sembrerebbe di natura “religiosa”, stando alle dichiarazioni della madre di Samara riportate da Le Figaro, con cui la donna chiama in causa una terza figura, quella di un’altra adolescente (14 anni), accusandola di aver fomentato l’aggressione nata tra i banchi e le aule dell’istituto.
“Samara si trucca un po’”, ha affermato la madre, “e questa ragazzina è velata”, riferendosi all’istigatrice. “Per tutto il giorno la chiamava kouffar, che in arabo significa miscredente”, ha proseguito, precisando che “mia figlia si veste in stile europeo”, un modo per dire che non indossa l’ḥijāb. “Erano insulti tutto il giorno, la chiamavano kahba, che in arabo significa p*”. La situazione “non era più vivibile, né fisicamente né psicologicamente”.
La violenza verbale si sarebbe protratta per settimane, condita da sputi oltre agli insulti, coinvolgendo come aggressori anche altre alunne. Di tutto ciò il preside della scuola sarebbe stato a conoscenza, ma ha preferito non intervenire forse sottostimando quanto si stava verificando o nel timore di sollevare qualche polverone che avrebbe turbato l’andamento dell’anno scolastico. Si tratta in ogni caso di una grave mancanza e saranno le indagini a stabilire le eventuali responsabilità dei dirigenti dell’istituto.
Dalla violenza verbale a quella fisica il passo è stato breve ed è arrivato così il pestaggio. Un’imboscata quella degli assalitori, con pugni e calci che hanno mandato Samara in coma.
Solo grazie ad Allāh swt il dramma non è sfociato in tragedia. Samara si è infatti risvegliata ed è potuta tornare a casa dall’ospedale dove era ricoverata. Le indagini faranno il loro corso e chiariranno meglio le dinamiche che hanno condotto all’aggressione. C’entra la religione allora? Molto probabilmente sì, come sostiene la madre di Samara, ma non l’Islām, bensì la sua caricatura fanatica ed estremista.
Qui a Jihād senza Spada, con l’articolo “Quando chi fa rispettare la ‘Hisbah’ è deviato…”, da musulmani “preoccupati” avevamo già suonato il campanello d’allarme per il ricorso alla costrizione e alla violenza nell’esercitare il dovere coranico di “ordinare il bene e proibire il male” (Sūrat Āl ‘Imrān, 3:104, 110 e 114; Sūrat al-A‘rāf, 7:157; Sūrat at-Tawba, 9:71), con particolare riferimento alla questione dell’ḥijāb.
Conoscenza (dell’Islām), pazienza, giustizia e gentilezza, sono i requisiti che grandi sapienti del passato hanno posto in evidenza come essenziali nell’esercizio di questa responsabilità, corrispondente alla cosidetta hisbah (letteralmente “verifica”), l’istituto giuridico che nel periodo islamico classico era preposto a supervisionare la condotta morale dei musulmani.
Se nell’“ordinare il bene e proibire il male” viene a mancare anche solo una di queste qualità, il rischio, mette in guardia Ibn Taymiyya, è che si vada a creare una situazione peggiore per se stessi e per gli altri: “Sulla base di ciò, è detto di non lasciare che il tuo ordinare il bene e proibire il male non sia il male stesso. Poiché è tra le più grandi delle azioni obbligatorie e raccomandate, così il beneficio delle azioni obbligatorie e raccomandate deve superare il loro danno”.
In sostanza, il male non deve essere proibito ricorrendo a un altro male, non è questa la soluzione, e per evitare un simile scenario è indispensabile il ricorso all’equilibrio (wasat) raccomandato da Allāh swt (Sūrat al-Baqara, 2:143) quale criterio che deve illuminare il passo dei musulmani anche nella hisbah.
Il cattivo esempio dell’Iran khomeinista è dunque la prova provata dell’inevitabile fallimento d’imporre l’uso dell’ḥijāb, con in più l’aggravante della violenza. L’esito è stato infatti quello di provocare il rigetto di un comandamento di Allāh a tutela della donna in una buona fetta della popolazione femminile.
Ora, tornando in Europa, cosa penserà Samara dell’ḥijāb dopo aver rischiato di essere uccisa? Comprenderà l’importanza dell’indossarlo per la sua stessa anima o rafforzerà il suo rifiuto? Che effetto avrà la vicenda di Samara sulle tante giovani musulmane che come lei non lo indossano?
In Francia, gli islamofobi di professione hanno già levato gli scudi contro i musulmani, associando impropriamente all’Islām il tentato di omicidio di cui è stata vittima Samara. Sebbene si tratti evidentemente di una strumentalizzazione, l’accaduto è comunque lo specchio di una realtà diffusa in territorio francese e non solo.
Le ragazze picchiate e deliberatamente uccise dai propri genitori e parenti con la pretesa di “ordinare il bene e proibire il male” sono state parecchie finora, anche in Italia. Ma è ancor più inquietante il fatto che un tale “sviamento” della mente e del cuore si sia trasferito dal mondo degli adulti a quello degli adolescenti.
La persecutrice di Samara e le sue sodali non ricordano forse le “poliziotte” dell’“anti-stato islamico del Terrore” nello Shām, mentre gli esecutori dell’aggressione i loro “mariti”, tutti in versione teenager?
La necessità di un esercizio non-violento e intelligente della hisba va pertanto ricordata non solo ai musulmani adulti, ma anche a giovani e bambini nelle moschee e all’interno dell’ambiente famigliare. Segno questo dell’educazione sbagliata o insufficiente ricevuta in molti casi da genitori e guide religiose, che agiscono come “cattivi maestri”.
Per prevenire nuove violenze, i musulmani devono ritrovare dove è venuta a mancare la “retta via” di una formazione religiosa, dottrinale, spirituale ed etica autenticamente islamica, che neutralizzi fin dall’infanzia gli impulsi shaytanici che continuano ad infestare la Ummah dei credenti, anche in Europa. Che Allāh swt ci guidi e faciliti in questo “sforzo”.
