Tempo di lettura: 5m2s
Su impulso di cari fratelli Bošnjaci che vivono in Italia, portiamo all’attenzione una questione spesso marginale sui media che forse non attira la dovuta attenzione da parte della Ummah digitale. Cosa sta accadendo in Bosnia-Erzegovina?
Pur riferendoci all’attualità, quando si parla di Bosnia-Erzegovina la mente torna automaticamente al genocidio di Srebrenica, di cui da poco è ricorso il trentennale (11 luglio 2025 – 15 Muharram 1447).
Sono stati oltre 8 mila i musulmani trucidati nell’arco di pochi giorni, numeri che fanno quasi impallidire quelli giganteschi raggiunti nella Striscia di Gaza in meno di due anni. Che Allāh swt abbia in gloria le anime dei martiri bosniaci e palestinesi, vittime delle ingiustizie e della malvagità che dominano questo mondo.
Si pensava che lo spirito che aveva prodotto un simile massacro fosse svanito o che quanto meno fosse tenuto efficacemente sotto controllo, in modo che non potesse più nuocere. Invece, a ben vedere è sempre rimasto sulla scena e oggi minaccia un ritorno al passato che pone i musulmani di fronte a un bivio, con il rischio di prendere la via sbagliata, quella degli “sviati del jihad”.
L’incarnazione di questo spirito corrisponde al volto e al nome di Milorad Dodik (Милорад Додик), il notorio presidente della cosiddetta Repubblica Srpska. Con il suo nazionalismo, Dodik è riuscito finora a rallentare il compimento del progetto di piena coesistenza e integrazione tra le varie anime della Bosnia-Erzegovina avviato dopo la fine della sanguinosa guerra civile, condizionando in chiave fortemente anti-musulmana la percezione della popolazione serba che vive nell’enclave.
Negli ultimi anni, Dodik ha accentuato fino a rendere sistematica la sua retorica “islamofoba”, accusando i musulmani bosniaci di essere una minaccia per la “natura cristiana” della Republika Srpska e cercando di dipingerli come agenti di un Islām “politico” aggressivo e incompatibile con l’Europa. Si tratta di una narrativa non solo infondata, ma profondamente pericolosa, che riecheggia le stesse logiche che negli anni ’90 hanno portato al genocidio di Srebrenica e alla distruzione del tessuto sociale del paese.
I musulmani bosniaci, come quelli del Sangiaccato Serbo, del Montenegro, del Kosovo o della Macedonia del nord, non hanno alcuna intenzione prevaricatoria e temono non meno dei serbi o dei croati il riemergere dell’estremismo armato. Gli “sviati del jihād” stanno infatti strumentalizzando a loro favore i deliri “islamofobi” di Dodik, invocando il ricorso al terrorismo e all’uso della violenza per difendere i diritti dei Bošnjaci.
D’altro canto, con la scusa di difendere i diritti dei serbi, Dodik si è lasciato completamente assorbire dal campo fondamentalista guidato dal Presidente della Serbia Vucic, da Orban e da Putin, quale garanzia della propria sopravvivenza al potere. In cambio, Dodik non è venuto meno all’impegno di destabilizzare la Bosnia-Erzegovina, con l’ambizione di dar vita a uno stato parallelo serbo che risponda a Mosca, non a Sarajevo, e sia completamente disconnesso dall’Europa.
Alimentare tensioni etniche e religiose, sfruttare il malcontento e polarizzare il dibattito pubblico sono espedienti funzionali a questo disegno, espedienti che Dodik continua ad utilizzare senza scrupolo alcuno, beffandosi delle condanne al carcere e all’interdizione dai pubblici uffici emesse nei suoi confronti.
In un simile scenario, come gruppo più numeroso in Bosnia-Erzegovina, i musulmani sono chiamati a una grande prova di maturità. La strategia provocatoria di Dodik è evidente: esasperare le tensioni fino a far reagire in modo scomposto i musulmani, per poi accusarli di essere nemici dell’unità della Bosnia-Erzegovina, della pace e persino dell’Europa.
La trappola è chiara e i musulmani non vi devono cadere, rispondendo all’estremismo con altrettanto estremismo. Occorre piuttosto mantenere un alto profilo morale. Come il Qur’ān insegna: “E non sia l’odio verso un popolo a spingervi ad essere ingiusti. Siate giusti: ciò è più vicino alla pietà” (sūrat al-Māʾidah, 5:8).
Questa āyah non è una chiamata alla passività, ma a una fermezza lucida, paziente ed equilibrata, che sa distinguere tra la difesa dei propri diritti e la vendetta cieca, tra la giustizia e la faziosità. Sabr, wasatiyya e, naturalmente, tawakkul: questa è la direzione da seguire per non fare il gioco né di Dodik né degli “sviati del jihād”.
In un momento in cui molti osservatori temono una nuova spirale di guerre nei Balcani, l’atteggiamento dei fratelli Bošnjaci può diventare un faro per l’intera regione.
Si tratta di una prova difficile, ma anche di una straordinaria occasione per dimostrare che è possibile essere forti senza essere violenti, essere fermi senza essere arroganti, restando fieri di essere musulmani e di rappresentare l’Islām in Europa. Che Allāh swt li guidi sulla retta via.
