IL “LIKE” DEI MUSULMANI ITALIANI PER “JIHĀD SENZA SPADA”

Appartengo a una comunità di musulmani di origine italiana che ha come ragione costitutiva la promozione e la valorizzazione della profonda dimensione spirituale e intellettuale dell’Islām. La comunità è impegnata da diversi anni su questo fronte, attraverso molteplici attività di testimonianza: convegni, seminari, dibattiti, interviste, pubblicazioni, dialogo interreligioso, consulenza istituzionale e altro ancora.

La riaffermazione del messaggio autentico dell’Islām, in contrapposizione al radicalismo propagato da movimenti fanatici ed estremisti, è un elemento centrale nella nostra “mission”. Tuttavia, la lettura dei contenuti proposti da “Jihād senza Spada”, in concomitanza con i recenti attacchi terroristici a Parigi, Nizza e Vienna, mi ha fatto riflettere e rendere conto dell’insufficienza e dell’inadeguatezza degli “sforzi” compiuti finora.

È giunto il tempo dei bilanci e dell’autocritica. Il nostro “discorso religioso”, alto e dotto, ha infatti dimostrato di non avere alcuna efficacia nel neutralizzare il radicalismo, poiché non formulato in una chiave divulgativa volta appositamente a scardinare – punto per punto, pezzo dopo pezzo – le costruzioni concettuali proprie del “discorso religioso” estremista. Opera, invece, che “Jihād senza Spada” sta svolgendo, facendo leva sugli stessi fondamenti teologici, sui principi e sui valori che caratterizzano la rivelazione ricevuta dal Profeta Muhammad (saw).

La verità è che non abbiamo mai affrontato la questione “di petto”, immergendoci nel cuore del problema. Vi abbiamo sempre girato attorno, coltivando più l’immagine che la sostanza di essere “moderati”.

Non siamo i soli, naturalmente. È questo un tratto comune di buona parte dei centri culturali islamici, delle associazioni e dei gruppi musulmani in Italia, i cui membri hanno fatto del “moderatismo” una professione, un modo per accreditarsi e avanzare nella “carriera” come imam, accademico, conferenziere, se non quando politico o consigliere di governo.  

È mancato però il coraggio, e molto probabilmente anche la volontà, di guardare il radicalismo dritto negli occhi e sfidarlo sul suo stesso terreno, pur avendone le capacità e i titoli.

Dello sviluppo di cosiddette “contro-narrative”, allora, si è soltanto parlato e si continua soltanto a parlare, mentre persiste la mancanza di “sforzi” concreti in ambito musulmano per l’elaborazione di un “discorso religioso” ad hoc che getti luce sull’opera di mera falsificazione dell’Islām compiuta dal radicalismo.

A causa di tale mancanza, non può stupire che l’attrattiva di cui godono le organizzazioni terroristiche non accenni a diminuire. Non basta infatti collocare l’ISIS e Al Qaeda nel campo del “male” per contrastarne la capacità di indottrinare e reclutare militanti, specie tra le nuove generazioni.

Eppure la strada da percorrere era lì, davanti a noi, già aperta e pronta per essere intrapresa, ma abbiamo fatto finta di non vederla, rifugiandoci in ragionamenti più o meno sofisticati, distaccati dalla realtà, persino auto-referenziali e supponenti: l’altra faccia delle retoriche “buoniste” e dei soliti slogan di circostanza, ormai svuotati di ogni senso e incapaci di esercitare il benché minimo impatto.

Un grande ringraziamento va pertanto a “Jihād senza Spada” per il costante richiamo rivolto ai musulmani in Italia, affinché s’impegnino con maggiore determinazione in un rinnovato “jihād culturale”, come definito da questo stesso sito, che contrasti in maniera davvero efficace le derive ideologiche e fondamentaliste che promuovono il terrorismo.

La questione dirimente riguarda il “discorso religioso” e “Jihād senza Spada” ci offre esempi illuminanti di “contro-narrative”, da cui trarre stimolo e ispirazione. L’obiettivo è raggiungere soprattutto i giovani, donne e uomini, la categoria più vulnerabile alle manipolazioni del radicalismo, tanto su internet, quanto nelle moschee e in altri ambiti. Siamo musulmani e questo “sforzo” è un nostro dovere da compiere.


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