KHAMENEI “MARTIRE” E LA UMMAH “MINACCIOSA”: SONO QUESTI GLI “STRONG BELIEVERS”?

Tempo di lettura: 4m43s

Mentre ancora infuria la guerra aperta tra Iran-USA-Israele, che ha travolto nuovamente in maniera sanguinosa e devastante anche il povero Libano, condivido qualche osservazione e punto di domanda dopo aver letto alcuni post sui social media che hanno fatto scattare il campanello d’allarme.

Mi focalizzo su due post in particolare, scritti da due bravissimi “fratelli musulmani”, sicuramente molto migliori di me di fronte ad Allāh subhānahu wa ta’ala, ma con qualche idea che forse necessita di un ripensamento.

Partiamo dall’elogio di Ali Khamenei, paragonato su Instagram ai “martiri che non muoiono mai”, su ispirazione verosimilmente delle seguenti ayat coraniche: “Non dite di coloro che sono stati uccisi sulla via di Allāh che sono morti. No, sono vivi, ma voi non percepite” (sūrat al-Baqara, 2:154); “Non pensare che coloro che sono stati uccisi sulla via di Allāh siano morti. Sono vivi presso il loro Signore” (sūrat ‘Āl ‘Imrān, 3:169).

Non me ne voglia il caro autore, a cui sono personalmente affezionato, ma è sicuro che gli sforzi in vita di Khamenei siano stati davvero “fī Sabīlillāh”?

Premetto che da sunnita non ne faccio una questione settaria contro gli sciiti, ma di aderenza effettiva di Khamenei ai requisiti necessari secondo la dottrina e il pensiero classico dell’Islām affinché possa essere considerato uno “shahīd”.

È un fatto certo che Khamenei sia stato ucciso in un’offensiva armata condotta da non-musulmani suprematisti islamofobi. Ciononostante, la sua morte è effettivamente avvenuta mentre stava difendendo la fede o i musulmani? Stava combattendo davvero una battaglia legittima per la causa di Allāh swt? Le sue intenzioni per Allāh swt erano sincere?

Allāh a’alam, naturalmente. Ma si potrebbe anche dire che Khamenei – e prima di lui Khomeini – ha utilizzato l’Islām soltanto a fini strumentali per attribuire una legittimazione religiosa all’imperialismo colonizzatore persiano, che ha portato decenni di fitna, morte e distruzione tra le popolazioni, musulmane e non, del cosiddetto Medio Oriente.

I casi dello Shām e dello Yemen sono evidenti. E vogliamo parlare della Palestina? Per rispetto ai veri “shuhadā”, vale a dire i palestinesi vittime del genocidio nella Striscia di Gaza, preferisco tacere, anche perché di Hamas e compagni sul blog di Jihād senza Spada è stato già detto a sufficienza nella rubrica #PalestineNews.

Una menzione più ampia in questa sede sento invece di farla per gli stessi sciiti, in particolare quelli del Libano, tornati tragicamente al centro dell’attenzione negli ultimi giorni. Per loro, gli “sviati del jihād” di Hezbollah, creatura per eccellenza dell’Iran khomeinista di Khamenei, non hanno rappresentato finora una disgrazia senza precedenti?

Con la scusa di combattere una battaglia di Karbalāʾ permanente, Hezbollah ha trascinato la propria comunità verso l’autodistruzione e l’ignominia, nonostante il martirio di Hussein non sia stato affatto un suicidio da stupidi. Chissà se Nasrallah adesso lo ha capito…

D’altro canto, seduto sul suo trono di Teheran e per i suoi giochi di potere, quanti musulmani, tra sciiti e sunniti, il tiranno Khamenei ha mandato a morire? Poi è arrivato il suo turno, ma è da considerare davvero un martire? O la definizione di martire è ispirata da ideologie che nulla hanno a che fare con l’Islām e parlano ingannevolmente di “resistenza”?

Se in questo caso il peccato può essere considerato soprattutto di gioventù, non si può dire altrettanto se a sviare veicolando certi messaggi sono adulti che per professione fanno gli educatori islamici.

Allora, nel rammaricarsi per la frattura all’interno della Ummah tra sunniti e sciiti, dove si vogliono portare gli “strong believers” in Italia affermando che “finché ci scanniamo tra di noi non saremo mai una minaccia per nessuno”?

La Ummah unita per la quale ci battiamo è quella “comunità che invita al bene, incoraggia ciò che è buono e proibisce ciò che è male” (sūrat ‘Āl ‘Imrān, 3:104). Allāh swt non ci richiede, né a livello individuale né collettivo, di essere “una minaccia per nessuno”.

Tali parole e insegnamenti non sono presenti nel Qur’ān e tanto meno nella Sunnah, ma con ogni probabilità hanno come fonte d’ispirazione i testi di Sayyd Qutb… Astaghfirullāh! Le menti dei giovani musulmani non andrebbero inquinate con menzogne pericolose. Quale fitna si prepara? Ha il sapore di “jihād offensivo”: dove e verso di chi?

È comprensibile che Shaytān approfitti della debolezza umana per suggerire alle nostre menti pensieri sbagliati. Ma i credenti veramente forti sono quelli capaci di resistere al male… Cancellate quei post!

Lascia un commento