SHĀM, RIVOLUZIONE TRADITA?

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Da “sviato del jihād” a Sua Eccellenza, il passo per Ahmed al-Sharāʿ, già Abū Muhammad al-Jūlānī, è stato davvero breve. Tuttavia, l’opera di “angelificazione” del Presidente siriano attualmente in corso non ci convince. Così come non basta il sostegno a parole alla popolazione palestinese martirizzata della Striscia di Gaza, dal palcoscenico newyorkese dell’ONU.

La massiccia propaganda domestica lo esalta come fosse un “idolo” (shirk!), mentre si sprecano le coccole e gli apprezzamenti internazionali nei suoi confronti da parte di coloro che fino a poco tempo fa malediva come tāghūt e murtaddīn, meritevoli di takfīr, cioè di essere uccisi.

Cosa si nasconde dietro le strette di mano, i sorrisi, gli inviti a prestigiose conferenze e le pose fotografiche da divo di “soap opera” (turche)?

Chiederselo è assolutamente legittimo, soprattutto perché dopo la caduta del regime di Assad gli avevamo dato fiducia, nutrendo in lui delle sincere speranze per il “buon governo” islamico dello Shām, come compimento della Rivoluzione e della volontà di Allāh swt.

Si trattava però di una fiducia condizionata ai risultati e, da questo punto di vista, il corso degli eventi è stato finora una forte delusione. Siamo adesso nella fase amareggiata del disincanto, quando le figure appaiono agli occhi più nitidamente per quello che sono, più che per quello che vorremmo che fossero.

Gli annunci iniziali improntati alla “Costituzione di Medina”, in linea con la tradizione profetica, hanno avuto valore soltanto mediatico, in quanto funzionali alla costruzione dell’immagine di un leader illuminato che si è lasciato definitivamente alle spalle il capitolo del terrorismo per prendersi cura di tutti i siriani, senza distinzioni di natura settaria. Eppure, lo scenario non è stato finora esattamente un modello di “Concordia”!

A comportarsi alla vecchia maniera – di quando Sharāʿmilitava nello “stato anti-islamico del terrore” o comandava Jabat al-Nusra e Hayat Tahrīr al-Shām – ci hanno pensato le migliaia di “sviati del jihād”, nativi e “immigrati”, che sono stati formalmente “integrati” nelle strutture dell’esercito e delle forze di sicurezza.

Di massacri di massa se ne sono registrati già un paio nel giro di pochi mesi, prima nella regione costiera e poi nella famosa Suweydā. Se il loro invio si era reso necessario per sedare tentativi di rivolta, le violenze perpetrate contro ogni regola di condotta del jihad armato hanno posto le basi per una partizione di fatto dello Shām, pregiudicando definitivamente ogni prospettiva di coesistenza pacifica nel paese.

“Non possiamo vivere con loro”, è quanto affermano ovunque a all’unisono alawiti, drusi, cristiani, curdi e altri ancora, riferendosi alla maggioranza musulmana sunnita come fosse composta da mostri inumani. È questo che siamo?

Il tormento riguarda la quotidianità, a cominciare dalle strade. Coloro che si rifiutano di “abbaiare” (sì, abbaiare!) e vengono picchiati possono considerarsi fortunati: si registrano infatti casi di decapitazione, perpetrati in nome del Qur’ān e della Sunnah! Astaghfirullāh

Sharāʿ si è finora limitato a dire che i colpevoli verranno puniti e ad istituire commissioni d’inchiesta, ma solo come modo per prendere tempo fino a far scemare le varie vicende, mentre prosegue imperturbabile la sua nuova vita da neo-sultano di Damasco in giacca e cravatta.

Le apparenze tuttavia ingannano. Altro che erede della lunga storia di mujāhidīn che prende le mosse dal Profeta Muhammad saw e dai suoi Sahābah.

A rendere possibile la sua ascesa al potere è stata un’operazione orchestrata dai servizi segreti di Stati Uniti e Regno Unito, con il contributo molto probabilmente di quello francese e d’accordo naturalmente con la Turchia di Erdogan, sua grande protettrice insieme al Qatar.

È quanto si deduce in maniera inequivocabile dalle dichiarazioni effettuate dall’ex ambasciatore americano in Siria, Robert Ford, che ha rivelato pubblicamente di essere stato ingaggiato da una “ngo” britannica allo scopo di ricostruire l’immagine pubblica del “terrorista” Jūlānī, che si apprestava a prendere abiti e sembianze di Sharāʿ.

Siamo all’inizio del 2023, quasi due anni prima della vittoriosa marcia sulla capitale ad opera delle sue milizie di “sviati del jihād”. L’operazione di “rebranding” era stata però avviata già in precedenza, nel giugno 2021, con l’intervista rilasciata nel feudo di Idlib a un giornalista di una nota rivista americana. Si è trattato dell’esordio con indosso una giacca all’occidentale.

I malpensanti fanno risalire l’intesa con la CIA a molto più indietro nel tempo. Per circa 5 anni, Jūlānī/Sharāʿ è stato detenuto in un carcere gestito dallo U.S. Army in Iraq (Camp Bucca), da cui è uscito giusto in corrispondenza dell’inizio della guerra civile nello Shām e dove ha conosciuto Abū Bakr al-Baghdādī, l’Amīr dello “stato anti-islamico del terrore” con cui ha strettamente collaborato prima della separazione e del ritorno nei ranghi di al-Qāʿida.

Coincidenze? Allāhu aʿlam. Le “teorie della cospirazione” non ci hanno mai appassionato, ma umanamente il sospetto sorge spontaneo, specie alla luce delle recenti rivelazioni che legano chiaramente Jūlānī/Sharāʿ alle trame di “intelligence” di paesi occidentali.

E che dire di Israele? Il suo arrivo è stato una benedizione per il progetto espansionistico di Netanyahu, che ne ha approfittato per avanzare ulteriormente a livello territoriale ben oltre il Golan conteso, spingendosi a qualche decina di chilometri da Damasco.

Inoltre, sta prendendo sempre più consistenza il cosiddetto “Corridoio di Davide”, grazie nel caso specifico alle tensioni generate con i drusi di Suweydā dall’atteggiamento non inclusivo del nuovo governo siriano di cui Israele ha approfittato. Di questo e chissà di cos’altro ancora, Sharāʿ e i suoi emissari discutono faccia a faccia con esponenti israeliani per il raggiungimento di un grande accordo di sicurezza, mentre nella Striscia di Gaza tra fiamme, morti e macerie va in scena l’ultimo atto del genocidio della popolazione palestinese.

Poniamo allora la domanda: a che gioco Sharāʿ sta giocando? Il gioco di chi? Non ci sembra quello di una Siria unita e del popolo siriano che dice di rappresentare.

“Ha bisogno di tempo”, affermano i suoi sostenitori, ancora accecati dal suo “avatar” mediatico. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, già si può parlare di Rivoluzione tradita. Che Allāh swt abbia misericordia dello Shām.

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