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Nella conflittualità apparentemente senza fine che continua ad attraversare la Libia, la frammentazione dell’Islām in varie correnti continua a giocare un ruolo rilevante.
Dalle confraternite sufi al salafismo, dalla religiosità popolare all’attivismo politico dei Fratelli Musulmani: la guerra civile scoppiata a seguito della caduta di Gheddafi e tuttora in corso non è solo uno scontro per il potere, il territorio e le risorse energetiche, ma è anche una lotta per il controllo religioso della società.
Durante la colonizzazione italiana, fascista in particolare, l’Islām tradizionale libico veniva tollerato, ma era di fatto sotto il controllo degli invasori, con campagne di repressione contro i leader religiosi e indipendentisti, come il leggendario eroe islamico ʿUmar al-Mukhtār, autentico mujāhid e shahīd, che Allāh swt abbia pietà di lui.
Anche dopo l’indipendenza, durante il regno di Idris I, l’Islām restava di fatto sotto il controllo del blocco occidentale. Con il golpe militare, Gheddafi abolì la monarchia e instaurò una “Jamāhīriyyah” demagogica e autoritaria che represse ogni forma autonoma di espressione religiosa islamica. Le confraternite, gli shuyūkh salafiti e i Fratelli Musulmani furono marginalizzati e perseguitati, mentre l’Islām veniva piegato alla propaganda del regime.
Caduto Qadhdhāfī, l’eterogeneità dell’Islām libico è riemersa con forza in superficie, finendo però per essere strumentalizzata da attori locali e potenze straniere che di conflitto in conflitto hanno prodotto la situazione attuale, dove a imperversare sono milizie armate e signori della guerra, per non dimenticare i soliti “sviati del jihād”, di marca sia qaidista che dello “stato anti-islamico del terrore”. Non uno scenario edificante, indubbiamente.
Prive di una guida unitaria, le varie correnti islamiche invece di unirsi hanno cominciato a competere tra di loro in un contesto militarizzato e violento, rispondendo agli interessi imperialistici e colonialisti della Turchia e del Qatar, da un lato, o di Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, dall’altro, senza dimenticare le immancabili ingerenze nelle vicende e negli affari del paese di europei, russi e americani.
Eppure, la società libica continua a praticare un Islām sincero, devoto e non ideologico o politicizzato. I musulmani custodiscono e proteggono la religione Subhān Allāh, malgrado le armi, i pickup e i carri armati che continuano a infestare le strade dei principali centri urbani sulla costa (Tripoli, Misurata, Bengasi) e dei villaggi dell’entroterra.
Le scuole coraniche continuano a formare giovani ʿUlamāʼ e la stragrande maggioranza della popolazione desidera semplicemente pace e stabilità, al di là delle appartenenze dottrinali.
In questo scenario, porre fine alle guerre di ‘Aqīda diventa una necessità di vitale importanza. La tradizione islamica possiede già strumenti per superare le controversie interne: il principio di ikhtilāf (divergenza legittima), la shūrā (consultazione) e la rahma (misericordia) sono basi per un dialogo intra-islamico costruttivo, volto a conseguire l’unità d’intenti necessaria per pacificare il paese.
Le sorti della Libia non possono essere decise nelle capitali straniere e da individui corrotti come Haftar e Abdelhakim Bellaj. Per dare davvero alla Libia una nuova “alba” e la “dignità” che merita, serve un patto sincero di riconciliazione tra le varie anime della Ummah locale fondato sulla fratellanza nell’Islām e sulla comune appartenenza alla terra che è stata loro affidata da Allāh swt.
Che il Signore guidi i musulmani libici in una nuova battaglia di liberazione da Bellaj, Haftar e dalle forze straniere, occidentali e non, che continuano a occupare e opprimere il paese, verso un futuro di giustizia, prosperità e pace duratura. Amīn!
