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Il concetto di Nafs (نَفْس) riveste un ruolo fondamentale nell’Islām e si riferisce al “sé” interiore di ogni essere umano. Tradotto anche come “anima o “ego”, il termine Nafs deriva dalla radice araba نَفَسَ (nafasa), che significa “respirare” o “soffio di vita. Il Nafs rappresenta pertanto la fiamma dell’esistenza che si trova in tutti noi, il punto dove si incontrano e si scontrano le nostre inclinazioni verso il bene e il male, la forza dinamica che può elevarsi verso Allāh Subhānahu wa Ta‘ālā o viceversa sprofondare nell’abisso degli impulsi materiali, seguendo le “vie errate” e autodistruttive di Shaytān.
L’Islām considera la purificazione del Nafs (tazkiyah) uno dei principali doveri del credente, in quanto determina la sua effettiva condizione spirituale e la sua relazione con Dio.
“E per l’anima e per Colui che l’ha modellata e le ha ispirato il discernimento tra il male e il suo timore. Ha successo, invero, chi la purifica e fallisce chi la corrompe” (sūrat ash-Shams, 91:7-10).
Da questa āyāt emerge chiaramente la responsabilità dell’uomo nella gestione del proprio Nafs. Chi riesce a purificarlo ottiene il successo spirituale, mentre chi lo lascia corrompere si allontana dalla “retta via” (sirat al-Mustakim) che conduce alla salvezza.
Il Sacro Qur’ān e la Sunnah offrono una guida dettagliata sul percorso di purificazione che i musulmani sono chiamati a compiere per compiacere l’Altissimo e raggiungere l’agognata meta della Jannah nell’Ākhira.
Esistono tre livelli del Nafs, ognuno dei quali rappresenta uno stadio dell’evoluzione spirituale dell’essere umano. Il più basso è il Nafs al-Ammārah bi ’s-Sū’ (النَّفْسُ ٱلأَمَّارَةُ بِٱلسُّوءِ), “l’Anima che comanda il male”. La persona è qui dominata dalle passioni. Incline alla lussuria, all’avidità, alla rabbia e all’arroganza, si lascia guidare dall’egoismo e dal perseguimento di piaceri immediati, senza alcun freno morale.
“Io non assolvo me stesso. In verità l’anima è incline al male, eccetto coloro a cui il mio Signore usa misericordia” (sūrat Yusuf, 12:53).
Nel ricercare la benevolenza dell’ar-Raḥmān ar-Raḥīm, è necessario impegno nella preghiera (salāh) e nel Suo ricordo costante (dhikr), digiunando (sawm) per disciplinare i desideri ed evitando ambienti negativi e influenze dannose che possono farci cedere nuovamente alle tentazioni.
Il livello intermedio è quello del Nafs al-Lawwāmah (النَّفْسُ ٱللَّوَّامَةُ), “l’Anima Autocritica”, quando ha effettivamente inizio il percorso di purificazione.
Il Nafs al-Lawwāmah riconosce i propri errori e si rimprovera per i peccati commessi, desidera il cambiamento e cerca di migliorarsi lottando contro le inclinazioni negative. Tuttavia, è ancora combattuto tra bene e male, alternando momenti di fede e momenti di debolezza.
“Lo giuro per il Giorno della Resurrezione, lo giuro per l’anima in preda al rimorso. Crede forse l’uomo che mai riuniremo le sue ossa? Invece sì, possiamo persino riordinare le sue falangi. Ma l’uomo preferisce piuttosto il libertinaggio” (sūrat al-Qiyamah, 75:2).
Per non (ri)cadere nella dimensione inferiore e proseguire nella purificazione del “sé”, occorre essere umili e riconoscere i nostri limiti, traendo forza e costanza dalla pratica del “pentimento” sincero (Tawba), come dallo studio e dall’approfondimento della conoscenza “benefica” dell’Islām (‘Ilm Nāfi’).
“Quanto a chi avrà temuto di stare davanti al suo Signore e avrà trattenuto l’anima dalle passioni, il Paradiso sarà la sua dimora” (sūrat An-Nazi‘at, 79:40-41).
L’obiettivo è il Nafs al-Mutma’innah (النَّفْسُ ٱلْمُطْمَئِنَّةُ), “l’Anima Pacificata”, che può ritornare al proprio Signore “soddisfatta e accetta”, entrando tra i Suoi “servi” e nel Suo “Paradiso” (sūrat al-Fajr, 89:27-30). È il livello più alto del Nafs. La persona ha conseguito finalmente serenità interiore, e vive in pace con sé stessa e con il mondo poiché libera dall’orgoglio e dall’egoismo. Non è più schiava dei desideri terreni, ma è soddisfatta della volontà di Dio, verso il quale la sottomissione è totale… Alhamdulillāh ‘alā kulli hāl.
Arrivare a tale stadio è l’aspirazione di tutti i musulmani sinceri e di buona volontà. Seguiamo allora gli insegnamenti del Profeta Muhammad Sallā Allāhu ‘alayhi wa sallam, che si esprime in maniera chiara e inequivocabile sull’importanza di controllare i propri desideri e resistere alle inclinazioni negative.
Un uomo si avvicinò al Profeta Muhammadﷺ chiedendo un consiglio. Il Profetaﷺ gli rispose: “Non arrabbiarti”. L’uomo chiese ancora, e il Profetaﷺ ripeté: Non arrabbiarti” (Bukhari, 6116).
Il Profetaﷺ evidenzia inoltre la natura guerriera dello “sforzo” (Jihād) volto a disciplinare la propria anima, dominare le proprie emozioni e sviluppare autocontrollo nei comportamenti, elementi fondamentali nella purificazione del Nafs.
“L’uomo forte non è colui che vince nella lotta, ma colui che domina se stesso quando è in collera” (Bukhari, 6114; Muslim, 2609).
La vera forza si manifesta pertanto nella “battaglia” per il dominio di “sé”, non nella guerra fisica. La lotta più difficile è quella interiore contro il proprio “io” (Jihād an-Nafs), superiore a qualsiasi lotta esterna.
“Il miglior Mujāhid è colui che lotta contro la propria anima per obbedire ad Allāh”
(Tirmidhi, 1621; Ahmad ibn Hanbal in Musnad Ahmad, 14238)
“Siamo tornati dalla piccola Jihād [jihād al-Asghar] alla grande Jihād [jihād al-Akbar]” (al-Bayhaqi in Kitāb al-Zuhd; al-Khatib al-Baghdadi in Tarikh Baghdad).
Questi aḥādīth colgono perfettamente il senso del messaggio profetico, ribadito anche da Ibn Taymiyyah, per il quale il Jihād an-Nafs è al contempo sovraordinato a quello esteriore e suo fondamento.
“Il vero Jihād è la lotta contro il Nafs e i desideri malvagi. Il Jihād contro i nemici esteriori è un ramo di questo Jihād. Colui che sconfigge il proprio Nafs in obbedienza ad Allāh sarà in grado di vincere i suoi nemici esteriori. Ma chi viene sconfitto dal proprio Nafs e dai propri desideri sarà ancora più vulnerabile ai suoi nemici” (Majmū‘ al-Fatāwā, 28/308).
Tutto chiaro, insomma. Eppure, il concetto di Nafs continua a essere oggetto di gravi distorsioni, in particolare ad opera dei soliti “sviati del Jihād” che ne trasformano il significato come pretesto per giustificare violenza, terrorismo e il culto della morte.
Nell’ideologia deviata di organizzazioni terroristiche come lo “stato anti-islamico del terrore” e al-Qā‘ida, la dimensione della lotta interiore viene completamente cancellata e ad alcuni di noi musulmani – giovani impulsivi e per certi versi ingenui tanto da credere di poter cambiare il mondo con un estremo sacrificio – viene fatto il lavaggio del cervello e viene fatto credere che l’unica via attraverso cui purificare il proprio Nafs sia il combattimento armato. Una “mistificazione”, peraltro, in palese violazione delle regole stesse del “Jihād con la Spada” sancite nell’Islām, che si spinge fino a convincere che stragi e suicidi siano un “biglietto per il Paradiso”.
Per mettersi al riparo da fraintendimenti e dalle interpretazioni diaboliche dei soldati di Shaytān, ai musulmani basta seguire i dettami autentici dell’Islām come guida per giungere alla vittoria finale ognuno nel proprio Jihād an-Nafs. Senza mai smettere di coltivare l’amore per Allāh Subhānahu wa Ta‘ālā e il Suo Profeta ﷺ.
