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Non è facile restare in “equilibrio” (wasat) di fronte alla “calamità” che si è abbattuta sui palestinesi della Striscia di Gaza e poi sul Libano in questi 12 mesi di autentica “follia”. I pensieri e il risentimento ci scuotono qua e là, facendo letteralmente salire il sangue al cervello, pronti a scoppiare in giudizi e valutazioni su quanto accaduto, con il dito puntato contro quello o contro quell’altro.
È così per tutti, è la nostra umanità, che si fa trascinare anche inconsapevolmente nel gioco di Shayṭān, restando travolta in una spirale di rabbia e veleno che si impossessa di cuore e mente, della nostra anima e del nostro corpo, offuscando la capacità di giudizio.
Per non sprofondare nei cattivi sentimenti, l’unico modo è aggrapparsi saldamente alla “corda di Allāh” (Sūrat ‘Āli ‘Imrān, 3:103). Il Suo messaggio ai muʾminīn è stato chiaro: “O voi che credete… non lasciate che l’odio per un popolo vi impedisca di essere giusti” (Sūrat al-Mā’ida, 5-8).
Quindi oggi, in questo giorno da cui è partita un’ondata di sofferenza e distruzioni senza precedenti per i musulmani e non solo, commemoriamo tutte le vittime palestinesi e libanesi, sia le morte che quelle ancora vive, Alḥamdulillāh, e condanniamo con forza il desiderio cieco di vendetta che, come abbiamo visto, è solo portatore di ulteriori ingiustizie e oscurità. A un anno di distanza, del tunnel che si è venuto a creare, non si può nemmeno lontanamente intravedere la fine. Ne è valsa la pena?
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