Sembra che nel mondo gli “sviati del jihād” amino concentrare le proprie forze in determinati territori, dove mettono radici, crescono e si moltiplicano, tormentando per generazioni le popolazioni locali e non solo. Da questo punto di vista, con una certa dose di certezza osiamo dire che negli ultimi tempi il povero Yemen è riuscito a superare persino il Pakistan, il paese malato di “sviamento” per eccellenza. Il salto ai vertici della classifica è dovuto al ruolo nefasto esercitato dalla milizia terrorista dei cosiddetti Houthi, che è andato a sommarsi all’altra tremenda sciagura rappresentata dalla presenza ormai decennale del braccio terroristico di al-Qāʿida nella Penisola arabica.

Il bellissimo mosaico yemenita ci racconta di una grande tradizione islamica. Tuttavia, dopo la riunificazione tra Yemen del nord e Yemen del sud, la fitna qaidista guidata da Anwar al-ʿAwlaqī ha dato il via a una nuova fase d’instabilità, scompaginando i già fragili equilibri interni.
Sulla figura di al-ʿAwlaqī, siamo di fronte a un caso di “mitomania” che ha avuto come elemento scatenante vicende del tutto personali poco lusinghiere per un imam (adulterio) e per un qualunque musulmano. Nel tentativo di fuggire dalle proprie colpe, ha seguito le orme di Osāma bin Lāden come terrorista, trovando base nello Yemen di cui era originario, e grazie alle sue doti oratorie ha indossato le vesti di “sviatore” professionista di massa, divenendo ispiratore di attentati terroristici e militantismo jihadista ancora oggi.
Dal caos politico e sociale della cosiddetta “primavera araba”, sono poi emerse le orde barbariche e selvagge degli al-Ḥūthiyyūn: nient’altro che un clan famigliare di criminali in salsa sciita, assetati di potere e seminatori di ingiustizia, guidati attualmente dal “fratello minore” Abdul-Malik Badruldeen (‘Abd al-Malik Badr al-Dīn al-Ḥūthī) al servizio delle ambizioni imperialistiche e colonialistiche dell’Iran khomeinista.

Facendo leva sul sostegno e sulle armi dei “tiranni” di Teheran, gli Houthi spadroneggiano da oltre un decennio come “re” nella capitale Sana’a e nelle aree dello Yemen sulle quali sono riusciti ad imporre un’efferata dittatura. Una dittatura fatta di omicidi, arresti e torture, rapimenti e sfollamenti forzati, bombardamenti e stragi, come accuratamente riportato sui canali social di “Khadīja De Doa”, che con un grande “sforzo” sopperisce alla carenza di informazioni sull’argomento (X, Facebook, Instagram). Si tratta di un’autentica calamità che continua ad abbattersi senza sosta sui tanti yemeniti che non intendono cedere alle violenze e alle persecuzioni perpetrate quotidianamente nei loro confronti, restando sottomessi soltanto ad Allāh swt.
Tante critiche e maledizioni sono state rivolte all’Arabia Saudita per aver cercato di contrastare militarmente l’avanzata della milizia terrorista, provocando anche numerose vittime tra i civili non-combattenti, mentre nel paese imperversava una carestia senza precedenti che ha colpito soprattutto i bambini. D’altro canto, forse oggi, a tregua in corso, appare più chiaramente l’inevitabilità dell’intervento saudita, che ha comunque consentito, malgrado la sua imperfezione, di sbarrare la strada all’avanzata degli Houthi anche nel resto dello Yemen libero. Gli Houthi hanno invece trovato una forma di coesistenza con al-Qāʿida nelle aree da questa governate, in linea con il rapporto di collaborazione da sempre esistito tra il regime dell’’Iran khomeinista e l’organizzazione di Osāma bin Lāden e al-ʿAwlaqī.
Per sostenere finanziariamente il proprio “stato anti-islamico del terrore”, del tutto simile a quello malauguratamente impiantato dall’ISIS nello Shām, gli Houthi stanno letteralmente spogliando lo Yemen di ogni risorsa residua: dai traffici in “nero” di gas e petrolio, così come dei pezzi trafugati in numerosi musei, agli espropri, alle estorsioni, al furto degli aiuti umanitari e alla super-tassazione con cui affamano la popolazione.
Sì, ma gli Houthi combattono l’imperialismo e il colonialismo occidentale dei “sionisti” e dei “crociati” messi insieme, e “stanno facendo la loro parte” a supporto dei palestinesi nella Striscia di Gaza, anche più dell’Ḥezbollāh libanese. Così recitano le narrative e gli slogan delle “pseudo-intifade” universitarie, che fanno passare gli Houthi addirittura come “eroi” della presunta “resistenza”, senza tenere minimamente conto dei gravi crimini commessi a danno degli yemeniti.
È l’effetto perverso del fervore ideologico, che fa sì che la mente scarti automaticamente tutto ciò che contrasta con l’ideologia stessa e la smentisce. Guai, pertanto, anche solo ad accennare alla possibilità che gli Houthi stiano sfruttando l’immane tragedia di Gaza esclusivamente per avanzare la propria agenda espansionistica a livello regionale, al pari del regime khomeinista iraniano e, a ben vedere, di Isra43ll e Satanyahu, già pronti alla ricolonizzazione della Striscia.

Mentre i palestinesi sono stati sfruttati dai vari attori coinvolti come vittime sacrificali di un “genocidio” praticamente scontato, gettando seri dubbi sulla “razionalità strategico-militare” dell’attacco compiuto da Ḥamās il 7 ottobre, specie alla luce del metodo profetico nel condurre il jihād armato.
Questi però non sono temi di discussione nelle varie “acampade”, dove piuttosto l’esaltazione irrazionale di Ḥamās come degli Houthi continua ad andare di moda tra gli studenti nelle piazze e sui social media, complice la propaganda di certi “fratelli” agitatori che, per chiudere il cerchio, simpatizzano sotto sotto anche per al-ʿAwlaqī, un “idolo” per tutti gli “sviati del jihād”.
In che mani è finita la “causa palestinese”? In che mani è finito lo Yemen? Che profonda tristezza. Non ci resta che Allāh subhanahu wa ta’ala, a Lui rivolgiamo le nostre preghiere dallo Yemen alla Palestina.
