JIHĀD

“La Shari’ah islamica è finalmente prevalsa in tutto il mondo, così che puoi startene seduto a casa e deporre le armi senza combattere il jihād per la causa di Allāh?”.

“Sono finiti nel mondo gli infedeli, gli apostati e i politeisti al punto che puoi smettere di combatterli, lasciando il jihād per condurre una vita priva di zelo per la religione?”.

“Shayṭān resta in agguato nei confronti di ogni musulmano per impedirgli, attraverso continui sussurri nelle orecchie, di intraprendere il jihād. Uno di questi sussurri è l’amore per il mondo, che allontana l’uomo dal jihād. Al contrario, l’unico desiderio di un mujāhid è di diventare shahīd per incontrare il suo Signore, che gli è più amato dei suoi genitori, moglie e figli”.

“Ricordate, se non combattete il jihād sulla via di Allāh, scegliendo di vivere comodamente a casa con la vostra famiglia e di accumulare solo ricchezze, vi state lanciando con le vostre stesse mani nella fossa della distruzione. Fate attenzione!”.

Sì, fare attenzione è proprio il monito giusto di fronte alle “mistificazioni” del concetto islamico di jihād come quelle che abbiamo appena letto, frutto del delirio ideologico di “gruppi terroristici” e pseudo-shuyūkh del terrore che seminano fitna e “sviamento” specie tra i giovani musulmani su internet e i social media. Shayṭān resta in agguato proprio nei loro confronti, per instillare nelle loro menti e nei loro cuori visioni completamente distorte e false prospettive che capovolgono di 180 gradi il dettato coranico e il metodo profetico sulla liceità del ricorso all’uso della forza.

Letteralmente jihād (parola di forma fi‛āl, derivata dalla radice “j-h-d”) indica uno “sforzo” proteso verso uno scopo. Lo “sforzo” comincia dalla dimensione personale del credente, chiamato a combattere con la propria anima (bi’n-nafs) sulla aṣ‑Sirāṭ al-Mustaqīm (الصراط المستقيم), la “Retta Via” che lo riconduce all’Altissimo, fronteggiando e non sottomettendosi alle passioni, ai desideri e a tutto ciò che c’è di male e di negativo dentro di sé, istigato da Shayṭān. Dalla stessa radice derivano le parole mujāhadah, “la lotta da intraprendere per raggiungere lo scopo”, e ijtihād, “lo sforzo interpretativo di dotti illuminati del primo periodo dell’Islām” che ha condotto al corretto discernimento della parola di Allāh swt nel Qur’ān e della Sunnah del Profeta Muḥammad saw.

Lo “sforzointeriore è il presupposto dello “sforzo” che è necessario compiere nella dimensione esterna del mondo. “Il mujāhid è colui che combatte contro se stesso” (at-Tirmidhī, 1621), “per la causa di Allāh Onnipotente” (Musnad Ahmad, 23445), spiega il Profeta Muḥammad saw. Il jihād per la salvezza individuale deve dunque essere accompagnato dal servizio di invito all’Islām (da‛wa) rivolto all’intera umanità, un impegno che può concretizzarsi attraverso sia la promozione dello studio e dell’educazione finalizzati alla conoscenza (bi’l-‛ilm), che alla divulgazione della conoscenza stessa (bi’l-qalam, “con la penna”).

Lo “sforzonel mondo può implicare anche la necessità del combattimento “con la spada” (bi’s‑sayf), fino al sacrificio ultimo in un conflitto armato. Tuttavia, il decreto di Allāh swt nel Qur’ān rende legittimo il ricorso alle armi esclusivamente per auto-difesa. L’aggressione pura e semplice è proibita (sūrat al-Hajj, 22:39; sūrat al-Baqara, 2:190). Il jihād “con la spada” lanciato preventivamente in assenza di un’aggressione subita, spesso definito “offensivo”, è contemplato sempre all’interno della nozione di auto-difesa, per prevenire che venga effettuato un attacco contro i musulmani che si ritiene imminente o di fronte a un altro genere di minaccia in procinto di concretizzarsi.  Altri principi cardine collegati al jihād bi’s‑sayf sono la proporzionalità nell’uso della forza rispetto all’aggressione subita (sūrat al-Baqara, 2:194) e la netta condanna del suicidio (sūrat an-Nisā’, 4:29), smentendo quindi ogni falsa associazione tra di esso e il “martirio”, mentre in numerosi aḥādīth è proibita l’uccisione di donne, bambini, anziani e altre categorie di non-combattenti. Ne deriva che i non-musulmani che non sono in guerra con i musulmani non sono bersagli legittimi. Si tratta della popolazione “civile” a cui fa riferimento il diritto internazionale umanitario, non importa il credo di appartenenza.

La cosiddetta āyah della spada (sūrat at-Tawba, 9:5) non può essere considerata in maniera isolata, disgiunta dal contesto specifico in cui è stata dettata, legata alle persecuzioni subite dai primi musulmani in seguito alla Hijra medinese. I musulmani furono comunque tenuti a comportarsirettamente” con coloro i quali avevano stretto degli accordi (sūrat at-Tawba, 9:7) e anche nel combattimento il cuore del credente doveva rimanere puro, privo di cattivi sentimenti (sūrat al-Mā’ida, 5:8). La “pacificità” dell’Islām e la sua spinta in direzione della pace in situazioni di conflitto, sono nel complesso sintetizzate dalla seguente āyah: “Se [i nemici] inclinano alla pace, inclina anche tu verso di essa e riponi la tua fiducia in Allāh. Egli è Colui che tutto ascolta e conosce” (sūrat al-’Anfāl, 8:61).

L’Islām è davvero una religione di pace. Fare chiarezza sul concetto di jihād, purificandolo dalle manipolazioni del partito (ḥezb) dei “mistificatori”, è pertanto doveroso e quanto mai necessario poiché la minaccia resta elevata e non bisogna abbassare la guardia ma alzarla. I fake mujāhidīn di Shayṭān sono sempre alla ricerca di nuovi adepti per raggiungere i loro sordidi scopi e il migliore antidoto per neutralizzare coloro che cercano di avvelenare l’‘īmān dei musulmani è quello di diffondere maggiore conoscenza e consapevolezza, a beneficio dei fratelli e delle sorelle che per ingenuità e debolezza rischiano di cadere nella trappola. “E la vittoria viene solo da Allāh, il Potente, il Saggio” (sūrat Āli ‘Imrān, 3:126).

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