“FITNA” IN TAGIKISTAN: TRA LA REPRESSIONE DI RAHMON E LA FALSITÀ DI AL-MADANI

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Dell’Islām e dei musulmani nelle terre della cosiddetta Asia centrale poco sappiamo in questa parte di mondo, nel macro-continente euro-afro-arabo-mediorientale. Di quanto realmente accade ci giungono al massimo resoconti superficiali, che non penetrano a fondo nelle dinamiche effettivamente in corso e pertanto non possono offrire sufficienti elementi di comprensione. Così, ci siamo riscoperti alquanto ignoranti qui nella redazione del blog Jihād senza Spada, quando con sorpresa siamo stati contattati su Telegram da un fratello del Tajikistan di nome Jamshed, un mū’min di 27 anni basato nella capitale Dušanbe, al cui grido di allarme non potevamo non prestare la dovuta attenzione.

Con Jamshed abbiamo avuto lunghe conversazioni sia scritte che vocali, apprendendo con sgomento delle vicende interne che stanno martoriando la Ummah in Tajikistan come negli altri paesi dell’area. Alla fitna generata dai soliti “sviati del jihād”, si somma quella dei vari aḥzāb che dividono la comunità dei credenti, al punto da determinare la quasi scomparsa dell’‘Ahl as-Sunnah wa’l Jama’ah tradizionale. Uno scenario a dir poco inquietante. Per trovare conferma di quanto appreso, abbiamo consultato altri fratelli e sorelle molto più addentro di noi nelle dinamiche locali e, Subhānu’llāh (سبحان الله), da un esame critico delle varie testimonianze raccolte la “versione di Jamshed” ci è sembrata veritiera e quindi ve la sottoponiamo. A lui la parola, tenetevi forte e buona lettura.


Il Tajikistan prosegue ormai inarrestabile la sua discesa lungo la via della “perdizione”. Per cominciare, è da quasi un trentennio che il regime Ṭāghūt del “tiranno” Emomali Rahmon perseguita la popolazione musulmana, continuando a smantellare tassello dopo tassello la millenaria tradizione islamica del paese.

Il recente divieto per le donne di indossare l’hijāb in luoghi pubblici, sulla scia del bando già da tempo in vigore nelle scuole, negli ospedali e in ogni altro contesto legato allo “stato”, è solo l’ultima delle misure repressive anti-islamiche volute da Rahmon. Tra queste, basti ricordare l’aver proibito ai giovani sotto i 18 anni di recarsi in moschea per la salāt al‑Jumuʿah, la messa fuori legge della vendita di abiti conformi alla cultura islamica (con la menzogna di una presunta incompatibilità con i costumi tajiki), la chiusura di migliaia di moschee e la loro trasformazione in alcuni casi in sale da tè e centri medici. Senza dimenticare le perquisizioni della polizia subite dagli uomini che portano la barba, così come dovrebbe fare ogni musulmano semplicemente nel rispetto del modello profetico di Muḥammad saw.

Si tratta di gravi atti islamofobici di coercizione e di violenza, giustificati ricorrendo alla scusa della prevenzione dell’estremismo e del terrorismo. Tuttavia, prima al-Qāʿida e poi i kuffār dell’IS nella “provincia” del Khurasan (ISKP) hanno largamente beneficiato delle politiche anti-islamiche di Rahmon per reclutare nuovi militanti, facendo leva sulla rabbia nutrita nei suoi confronti dalla popolazione. Governo e terroristi sono dunque nemici solo apparentemente, poiché fanno l’uno il gioco dell’altro a danno dell’Islām e dei musulmani.

In ciò il Tajikistan è simile alle restanti “repubbliche” post-sovietiche, come Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Turkmenistan, dove i “tiranni” hanno sottoposto l’Islām al solito processo di “secolarizzazione” pur definendosi essi stessi musulmani, sempre con il pretesto dei terroristi naturalmente.

Munāfiqūn di professione, si sono travestiti da “sufi” per apparire come pacifici e moderati” agli occhi del Ṭāghūt sia occidentale che russo, ma in realtà non posseggono nulla del taṣawwuf tradizionale autentico. Piuttosto, sembrano nuovi adepti del neo-paganesimo new age, mushrikūn completamente disconnessi da Allāh swt e dalla Sua causa.

È questo il risultato di decenni di ateismo di stato, che ha condotto allo snaturamento della religione. D’altro canto, in continuità con il vecchio corso, i “tiranni” locali non hanno perso l’abitudine di reprimere quanto ne minaccia il potere, a cominciare proprio dall’Islām che dicono invece di rappresentare. E se non sei con loro, sei contro di loro e per i musulmani cittadini ordinari il pericolo è quello della marginalizzazione in ambito sociale, lavorativo e persino nell’usufruire dei servizi di base. Così, per sopravvivere sono costretti ad adeguarsi alle restrizioni, comportandosi da buoni “sudditi” dei regimi che li opprimono.

A peggiorare ancor di più il quadro della situazione qui in Tajikistan è il fatto che l’opposizione a Rahmon è composta esclusivamente da gruppi e soggetti Khawārij “deviati”, in particolare gli Ikhwān (ovvero i “Fratelli Musulmani”) e gli shuyūkh radicali vicini ideologicamente all’ISKP (sebbene non ne siano ufficialmente affiliati), come Abu Muḥammad al-Madani.

L’influenza esercitata da al-Madani, specie tra i giovani, è stata a lungo la principale spina nel fianco per Rahmon. Con le sue pseudo-fatāwā e i suoi pronunciamenti infuocati, capaci di raggiungere centinaian di migliaia di followers online, al-Madani è riuscito a costruire attorno a sé un nucleo di militanti impegnati in attività di propaganda (e non di Da’wa come la definiscono impropriamente), molti dei quali hanno effettuato il passaggio fatale nei ranghi dell’ISKP.

Rahmon ha cercato di restringere il campo d’azione di al-Madani, con arresti, uccisioni e moschee bruciate in circostanze misteriose. Al contempo, Rahmon non ha mai preso direttamente di mira la figura di al-Madani, temendo la mobilitazione dei suoi seguaci e un ulteriore rafforzamento dell’ISKP che sbilanciasse troppo gli equilibri a favore dell’organizzazione terroristica.

La svolta nei rapporti tra Rahmov e al-Madani si è verificata in seguito all’attacco dell’ISKP al Crocus City Hall di Mosca, compiuto da militanti tajiki. Preoccupato dall’ascesa dell’ISKP nell’area e della componente tajika al suo interno, Rahmon ha richiesto l’aiuto di al-Madani assicurandogli denaro e sicurezza se avesse preso le distanze dai terroristi. L’offerta è stata accettata da al-Madani, in cambio anche di una maggiore libertà nella propaganda, orientandola però contro l’ISKP e non più contro Rahmon.

Per effetto dell’accordo, al-Madani ha condannato la strage di Mosca, negando l’attendibilità della rivendicazione effettuata dall’ISKP e sottolineando che l’autore dell’attacco sarebbe stata l’intelligence russa, in modo da dissociare completamente il Tajikistan (e anche se stesso) dall’accaduto, come desiderato da Rahmon.

L’ISKP non ha gradito l’affronto e ha emesso una fatwà contro al-Madani, squalificandolo come “sheikh amico”, sia dal punto di vista ideologico che per il reclutamento di militanti. Tuttavia, al-Madani non appare preoccupato della dichiarazione di takfīr che pende sulla sua testa (letteralmente: “accusa di miscredenza”) e, nascondendosi dietro uno schermo, continua a impartire lezioni online in un qualche paese al di fuori del Tajikistan dove ha trovato rifugio, senza metterci la faccia. Tuttavia, ho partecipato a queste lezioni in streaming e ho capito definitivamente che in realtà anche al-Madani sta tradendo il vero Islām, sviando molti giovani dalla “retta via”.

Ciononostante, Rahmon si è rivolto a Madani affinché aumenti i suoi sforzi per contrastare anche gli Ikhwān attraverso le sue attività di propaganda, rivolgendosi soprattutto ai giovani. Contemporaneamente, Rahmon sembra disposto ad allentare leggermente la presa sul rispetto dell’obbligo di non indossare l’hijāb in pubblico, in modo da facilitare la collaborazione con al-Madani e neutralizzare l’opposizione degli Ikhwān.

Per la vita dei musulmani in Tajikistan si tratta quanto meno di una boccata d’aria, ma questi ultimi sviluppi confermano una tendenza drammatica e allarmante, vale a dire la totale irrilevanza dell’‘Ahl as-Sunnah wa’l Jama’ah nello scenario locale.

L’Islām dei madhāhib, in particolare della scuola hanafī storicamente la più diffusa in Tajikistan, risulta oggi estromessa dallo spazio religioso, che è stato invece occupato dalla strumentalizzazione del sufismo a fini di potere impersonata dal “tiranno” Rahmon, da un lato, e dai Khawārij nelle loro varie forme, dall’altro.

I muʾminīn sinceri, che mantengono l’īmān in maniera salda e risoluta fī sabīli llāh, non hanno al momento voce in capitolo ma sono in tanti, confusi tra la popolazione che segue gli schemi del regime senza battere ciglio. Si tratta della maggioranza dei musulmani tajiki, fratelli e sorelle che in cuor loro non si sottomettono a nessun ḥizb e a nessuna setta “deviata”, continuando a resistere silenzionamente.

Forse però, di fronte a circostanze divenute ormai intollerabili, è giunto il momento di rompere il silenzio e di ribellarsi. Preghiamo Allāh swt affinché ci preservi e ci sostenga, indicandoci la “retta via” da seguire per ristabilire il primato dell’Islām autentico. Pregate insieme a noi.

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