INDIA, LA DOPPIA PERSECUZIONE CONTRO I MUSULMANI

Un Ramadān Mubārak speciale a tutti i musulmani in India. 140 milioni di sorelle e fratelli che rimettiamo nelle sapienti mani di Allāh swt, affinché li guidi e li sostenga di fronte alla persecuzione orchestrata dal Rāṣṭrīya Svayamsevak Saṅgh (RSS), l’“organizzazione nazionale del volontariato” che risponde all’ideologia dell’Hindutva. Sì, quella del primo ministro Narenda Modi e del suo “partito indiano del popolo”, il Bharatiya Janata Party (BJP), braccio politico dell’RSS. D’altro canto, l’Ummah indiana non è vittima soltanto dell’Hindutva: c’è infatti anche il male dell’estremismo che corrode l’unità dei i musulmani dall’interno ed è l’altra faccia della persecuzione dell’RSS e del BJP di Modi.

UNA PERSECUZIONE CHE VIENE DA LONTANO
I problemi e le difficoltà per i musulmani in India risalgono a ben prima della comparsa sulla scena di Modi. Gli hindu hanno sempre nutrito risentimento verso la conquista islamica dell’India, un risentimento che si è accumulato nel corso dei secoli e che ha trovato una sponda nel governo coloniale britannico, le cui politiche erano volte a dividere e indebolire l’Ummah indiana.

Fu tale logica ad ispirare la famigerata “partizione”, che creò uno stato – l’odierna India – dove i musulmani erano una minoranza nel mezzo di una moltitudine politeista e tāghūt, sempre più prepotente e piena di sé per aver acquisito l’indipendenza. È in questo contesto che l’RSS cominciò a prendere piede nella società, mentre venne negato il diritto all’autodeterminazione dei musulmani del Kashmir ‒ la maggioranza della popolazione ‒, un diritto negato ancora oggi.

Tra povertà, discriminazioni e ingiustizie, la vita dei musulmani è andata comunque avanti, senza farsi schiacciare. Anzi, si sono moltiplicati dal punto di vista demografico per il piacere di Allāh swt, formando nuovi nuclei familiari e progredendo a livello educativo e sociale, malgrado anche l’antico sistema delle caste li penalizzasse.

Davvero intollerabile per l’RSS, che così ha deciso di mettere in atto una strategia apertamente islamofobica, basata su accuse infondate, provocazioni e aggressioni in varie località del paese, e incolpando i musulmani degli scontri che ne seguivano, nei quali comunque a morire erano sempre più musulmani che hindu ed erano le moschee ad essere distrutte. 

La conquista del potere ad opera del BJP di Modi ha reso la persecuzione nei confronti dei musulmani la politica ufficiale delle istituzioni indiane nell’ultimo decennio. Ne è un esempio il verdetto della Corte Suprema che regola a favore degli estremisti hindu una controversia sorta sulla proprietà di un terreno dove in precedenza si trovava una moschea antichissima, prima che questa venisse distrutta dall’RSS. Il terreno apparteneva ai musulmani di diritto, e non era vero che la moschea era stata a sua volta costruita dopo aver distrutto un tempio. Ma il giudice, guarda caso, ha preferito credere alle menzogne dell’RSS.

E che dire della legge sulla cittadinanza? Perché escludere i musulmani di Afghanistan, Bangladesh e Pakistan dalla possibilità di ricevere la cittadinanza indiana se perseguitati nei suddetti paesi, possibilità invece concessa a hindu, sikh, buddisti, cristiani, giainisti eccetera eccetera? Un caso clamoroso di deliberata discriminazione.

Per quanto riguarda il cosiddetto “love jihād”, l’accusa mossa agli uomini musulmani di prendere di mira le donne hindu per convertirle con metodi quali la seduzione, l’inganno sentimentale, rapimenti e matrimoni forzati, è servita a giustificare l’escalation della campagna islamofobica in tutto il paese. Con il pretesto del “love jihād”, in alcuni stati sono state perfino introdotte delle leggi che di fatto sono volte a contrastare la crescita dei “ritorni” spontanei e sinceri all’Islām da parte di tante donne musulmane: un fenomeno di cui l’RSS ha una paura tremenda, al punto tale da lanciare il “revenge love jihād”, che ha come vittime le donne musulmane con l’obiettivo di convertirle all’induismo.

L’ALTRA FACCIA DELLA PERSECUZIONE
Allo stesso tempo, va rimarcato che l’accusa non è del tutto infondata. La conversione forzata o con l’inganno delle donne è infatti una pratica di cui gli uomini si sono resi spesso colpevoli, a prescindere da religione, paese ed epoca storica. Ciò è tipico del proselitismo radicale, che in India è sempre più diffuso e influente, sebbene il “love jihād” in ambito islamico sia da considerare un peccato grave che contravviene la sharīʿa. Sull’argomento, Allāh swt è stato chiarissimo, affermando che “non c’è costrizione nella religione” (Sūrah “Al Baqara”, 2:256). Perché allora disobbedirgli?

La risposta comincia nel vicino Pakistan, avamposto del disubbidiente per eccellenza, il solito Shaytān, dove il “love jihād” è particolarmente comune. Dal Pakistan, attraverso le reti dell’estremismo attive tra i due paesi, tale pratica si è propagata in India, istigando la reazione dell’RSS e del BJP, che non hanno perso l’occasione per peggiorare ulteriormente il clima sociale e politico a danno dei musulmani.

Lo stesso schema può essere applicato al terrorismo. La strage compiuta a Mumbai dalla squadra di giovani musulmani indiani caduti nella trappola dello “sviamento” armato, con lo zampino pakistano ovviamente, è stato un sanguinoso trampolino di lancio per l’agenda anti-islamica dell’Hindutva in tutta l’India. Mentre nel Kashmir, l’inquinamento della causa della liberazione da parte di gruppi estremisti supportati sempre dal Pakistan, è stata determinante nel consentire a Modi d’imporre lo stato di emergenza, schiacciando così la vita e la dignità delle sorelle e dei fratelli che vivono nella regione.

E la proliferazione di militanti, di predicatori come Zakir Naik (#Ban_Zakir_Naik), manipolatori di menti e cuori, e degli “influencer” dello “sviamento” armato, che sui social media fomentano lo spirito di vendetta in cerca di nuove reclute: non fanno costoro il gioco dell’RSS che dicono invece di combattere? L’equazione è semplice: maggiore è l’estremismo che viene veicolato shaitanicamente in nome dell’Islām, maggiore è la repressione in nome dell’Hindutva, alimentando un circolo vizioso di cui sono i musulmani a pagare le conseguenze.

IL DIVIETO D’INDOSSARE L’ḤIJĀB
L’ultimo capitolo riguarda il bando dell’ḥijāb per le studentesse musulmane. Tale misura, odiosa e ingiusta, è stata introdotta in una scuola pubblica del Karnataka. L’esempio è stato seguito da altre scuole e il governo, guarda caso guidato dal BJP, ha poi pensato di emettere un provvedimento ufficiale che proibisce l’uso dell’ḥijāb in tutte le scuole dello stato. Si tratta di un pericoloso precedente, ancor più perché avallato giuridicamente dalla Corte Suprema del Karnataka, tra i cui giudici c’era peraltro una donna che si professerebbe musulmana. La motivazione della sentenza, emessa in seguito alla denuncia di studentesse musulmane, ha dell’incredibile, sostenendo che l’ḥijāb non è una componente essenziale dell’Islām e che può pertanto essere proibito nelle classi.

Se la Corte Suprema di Delhi dovesse confermare la sentenza, darebbe il via libero al bando dell’ḥijāb in tutta l’India. A vantaggio di chi? Dei due estremismi contrapposti naturalmente.

Il proselitismo radicale e lo “sviamento” armato dentro l’Ummah, si sono appropriati dell’ḥijāb strumentalizzandolo come punta di lancia della loro propaganda ed è stato facile per l’Hindutva far passare l’indumento come un simbolo estremista, specie nella sua variante integrale, riuscendo infine a promuoverne il divieto.

Il rifiuto delle tante giovani studentesse di frequentare i rispettivi istituti scolastici pur di non dover subire l’umiliazione di non indossare l’ḥijāb, rischia ora di comprometterne la crescita nel settore dell’istruzione e successivamente nel mondo lavoro: un male che invece viene visto con favore sia dall’RSS-BJP, che da quanti nella Ummah sostengono che le donne musulmane non debbano poter studiare e lavorare (ma farsi esplodere sì).

Di quest’ultimi in India ce ne sono tanti e non hanno perso l’occasione di rilanciare le loro ingannevoli narrative sui social media: “L’India di Modi vi perseguita, per difendervi venite dai noi”, questa in sintesi è la sostanza del messaggio diretto alle studentesse. Non dategli retta!

La battaglia sull’ḥijāb è comunque destinata a durare a lungo e può assumere proporzioni gigantesche, se Modi per ragioni elettorali e di consenso personale decidesse di forzare la mano. Da parte sua, l’Ummah indiana deve essere preparata ad affrontare la situazione, in primo luogo garantendo alle giovani musulmane il diritto allo studio: un vero jihād d’amore che chiama allo sforzo moschee, università, scuole, famiglie e associazioni attive sul territorio.

La “resistenza” deve poi continuare sulla scia delle grandi manifestazioni che si sono svolte in tutta l’India, e non deve essere lasciata nelle mani del proselitismo radicale e dello “sviamento” armato. Tra i due fuochi, per spegnere il primo bisogna combattere anche il secondo.

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