DĀʿISH ḤARĀM! GIÙ LE MANI DALLA PALESTINA

Scatta la paura dell’ISIS in Palestina, dopo i due attacchi ravvicinati avvenuti nei giorni scorsi, a cui se n’è aggiunto un ultimo rivendicato dal sedicente gruppo della Jihad Islamica. Con l’Occidente che fa da cassa di risonanza mediatica, ignorando lo scandalo quotidiano dell’occupazione, ormai lasciata cadere nell’oblio e nell’indifferenza.

I media hanno classificato i due attacchi come una reazione al vertice di “pace e amore” che si è svolto tra leader arabi e israeliani: ma i giovani palestinesi uccisi per rappresaglia, poco più che ventenni o con meno di 18 anni, non c’entrano niente? Erano “terroristi”, si giustificano. “Terroristi” come gli ucraini che vogliono cacciare i russi da casa propria? Guai a fare paragoni!

Non si vuole qui naturalmente giustificare o fornire alcuna forma di supporto a quanto accaduto. Anzi, suggeriamo di abbandonare definitivamente la logica “occhio per occhio, civili innocenti per civili innocenti”, a cui i palestinesi non devono più abbassarsi. Lo hanno già fatto per troppo tempo: ma quali benefici ha portato il circolo vizioso della violenza? Zero, sottozero. Solo più occupazione e sofferenze, facendo esattamente il gioco di chi, con la scusante del terrorismo, ha potuto giustificare il proprio rafforzamento.

Ora arriva l’ISIS per affossare, ancora di più di quanto non lo siano già, le speranze dei fratelli e delle sorelle palestinesi di ottenere giustizia, dignità e indipendenza. Dāʿish Ḥarām! Così come i suoi imitatori o chi cerca di fargli concorrenza.

Risentimento, rancore e voglia di vendetta sono reazioni comprensibili di fronte alle ingiustizie, specie se subite impunemente da decenni, ma allo stesso tempo rendono l’uomo cieco o, al meglio, gli lasciano soltanto un occhio, che non basta a “vedere” la situazione con sufficiente lucidità e ad agire di conseguenza. Allora, che fare?

Alla domanda sono chiamati a dare una risposta i giovani palestinesi, la nuova generazione, il futuro della Palestina. Non certo i dinosauri ultra-corrotti del governo locale o gli incantatori “islamisti”, che consolidano di volta in volta il loro potere grazie alle periodiche distruzioni e conflitti, seduti su un trono fatto di sangue e macerie. E neppure i leader arabi (e anche turchi?), il cui tradimento è ormai assodato, al di là delle dichiarazioni di circostanza.

I giovani palestinesi sono da soli, ma meglio soli che male accompagnati, specie se gli ultimi a volersi impadronire della resistenza palestinese sono i terroristi dell’ISIS.

In un simile scenario, resta solo un’opzione: il Jihād senza Spada. Niente più coltelli, molotov, razzi fatti in casa. Nemmeno le pietre. Basta regali!

Realisticamente, l’unica via da percorrere per scompaginare gli schemi consolidati che consentono all’occupazione di perpetuarsi è quella di una resistenza pacifica permanente. Una guerra senza armi che non lascerebbe pretesti per alcuna repressione.

Cosa potranno fare di fronte all’“invasione” di milioni di persone con la bandiera arcobaleno accanto a quella della Palestina? Sarebbe molto difficile per i media occidentali, malgrado le loro ipocrisie e doppi standard, non focalizzare l’attenzione su un movimento pacifico e sulle eventuali ripercussioni contro di esso. Mentre tutti coloro che dall’occupazione traggono guadagno, verrebbero messi politicamente fuori gioco. E che imbarazzo per i leader arabi!

Di una resistenza pacifica permanente se ne parla da tempo in alcuni ambienti intellettuali in Palestina, dove gli occhi sulla testa sono due e funzionano bene entrambi. Ora, è arrivato il momento di agire e l’onere spetta ai giovani palestinesi. Organizzatevi. Yes, you can. È una missione difficile, molto difficile, ma possibile. Il futuro della #resistenza è nelle vostre mani, non lasciatelo in quelle dell’ISIS.

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