UNA DUʿĀʾ PER IL PAKISTAN

Dispiace di dirlo, ma nel Pakistan deve esserci davvero qualcosa che non va. L’amara considerazione è sorta spontanea dopo aver appreso dell’ennesimo attacco terroristico che ha colpito la città di Peshawar, rivendicato dalla provincia del Khorasan del sedicente “stato islamico”, conosciuto internazionalmente con la sigla ISKP (Islamic State Khorasan Province). Obiettivo della furia dell’attentatore suicida è stata la moschea Imamia, con circa 60 morti e 200 feriti. Che bel modo di prepararsi al Ramadān, il mese della pace e della misericordia…

L’ATTACCO DI PESHAWAR E LA LEGGE DI GUERRA ISLAMICA
“Non erano musulmani”, ha obiettato qualcuno riferendosi al fatto che le vittime erano sciite. Può essere questa una giustificazione? Islamicamente parlando non lo è, in quanto la legge del jihād con la spada iscritta nel Corano stabilisce chiaramente che i non-musulmani che NON sono in guerra con i musulmani NON sono bersagli legittimi. Il ricorso alle armi è previsto solo ed esclusivamente per auto-difesa, mentre l’aggressione pura e semplice è proibita: “Autorizzazione [di difendersi] è data a coloro che sono stati aggrediti” (Sūrah “Al Hajj”, 22:39); “Combattete per la causa di Allāh contro coloro che vi combattono, ma non cominciate le ostilità, perché di certo Allāh non ama gli aggressori” (Sūrah “Al Baqara”, 2:190).

Il jihād con la spada lanciato in assenza di un’aggressione precedentemente subita, spesso definito “offensivo”, è anch’esso senza dubbio contemplato ma sempre all’interno della nozione di auto-difesa, per prevenire che venga effettuato un attacco contro i musulmani che si ritiene imminente o di fronte a un altro genere di minaccia in procinto di concretizzarsi. Si vedano le battaglie guidate dal Profeta Muhammad (saw) a Badr, Uhud, al-Aḥzāb, Hunain e altre ancora.

Il jihād di pura conquista, al di fuori dell’auto-difesa, trova un riferimento nella presa della Kaʿba a la Mecca, ma è da ritenersi un caso unico, come unico era l’oggetto della conquista, e non applicabile per giustificare qualunque tipo di ricorso alle armi, così a piacimento.

Ora, gli sciiti della moschea Imamia di Peshawar, pur aderendo a una forma di credo che si è allontanata oltremisura dal messaggio coranico e dalla Sunnah mohammediana, non stavano per sferrare nessun attacco ai musulmani pakistani e, in generale, non sono in guerra né con loro né con l’Islām. Non sono “fratelli” in senso islamico, altra obiezione ricevuta per giustificarne l’avvenuto eccidio, ma erano comunque persone normali, come tutti noi, che facevano parte del contesto sociale locale. In poche parole, innocenti che non facevano del male a nessuno.

Se poi vogliamo considerare lo sciismo di per sé in guerra contro l’Islām, ancor più gli sciiti della moschea Imamia di Peshawar rientravano nella categoria dei non-combattenti, non avendo nulla a che fare con gli Houthi, Hezbollah, i pasdaran iraniani o le milizie irachene, degne controparti del sedicente “stato islamico” del terrore e di al-Qāida.

Sì, ma l’āyāt della spada dice di “uccidere i politeisti ovunque li troviate”, a meno che non si “pentano” e che quindi abbraccino l’Islām (Sūrah “At-Tawba”, 9:5). Per prima cosa, allora, bisognerebbe dare a chi non conosce Allāh (swt) l’opportunità di conoscerlo e di comprendere la “verità”, ma ciò non è stato concesso agli sciiti della moschea Imamia di Peshawar, come a tanti altri non-musulmani prima di loro.

Guarda caso, nel versetto seguente il Profeta Muhammad (saw) dice: “Se uno qualunque dei politeisti cerca asilo presso di te, concediglielo affinché possa ascoltare la Parola di Allāh, e poi portalo in un posto sicuro. Questo perché è gente che non conosce” (Sūrah “At-Tawba”, 9:6). Non viene qui confermato il principio secondo il quale “non c’è costrizione nella religione”? (Sūrah “Al Baqara”, 2:256).

Il Profeta Muhammad (saw), inoltre, circoscrive la categoria dei “politeisti” menzionati in precedenza (9:5) a coloro che infrangono gli accordi stipulati con i musulmani, riferendosi al patto di al-Ḥudaybiyya, precisando però che “fino a quando si comportano rettamente con voi, comportatevi rettamente verso di loro. Allāh ama i timorati” (Sūrah “At-Tawba”, 9:7).

Che patto avevano violato gli sciiti della moschea Imamia di Peshawar, o che comportamento scorretto nei confronti dei musulmani pakistani avevano avuto? Mistero. O forse è tutto chiaro, perché ad agire è sempre la stessa ossessione shaytanica della violenza. Ossessione che porta ad assolutizzare l’āyāt della spada come se fosse l’unico a comporre il Corano, negando la validità di tutto il resto, a cominciare dai versetti immediatamente successivi fino al corpo intero delle “verità” e dei comandamenti di cui è composto l’Islām, che comprende oltre 140 versetti che richiamano i musulmani alla pace e alla non violenza.

Un’ossessione senza limiti, in aperta violazione anche degli insegnamenti del Profeta Muhammad (saw) ‒ “Non agire brutalmente. Non superare i limiti che sono appropriati. Non mutilare. Non uccidere figli o eremiti” (Ibn Kathīr) ‒ e disonorando la grande tradizione militare islamica successiva, che del Profeta ha seguito l’esempio nella realizzazione delle sue conquiste territoriali.

Pertanto, ribadiamo con forza ancora maggiore: Dāʿish Ḥarām! (داعش حرام‎)

SHAY-PAKISTAN
Il Pakistan è gravemente posseduto dall’ossessione shaytanica della violenza e in svariate forme. Una di queste è il terrorismo e non si tratta solo di Dāʿish, ma anche della miriade di organizzazioni, partiti, bande e milizie, che continuano a martoriare la popolazione seminando morte e distruzione da decenni, con migliaia e migliaia di morti sulla coscienza in nome dell’Islām. L’ossessione in versione terroristica viene anche esportata all’esterno e ne sono la prova le stragi talebane-qaediste in Afghanistan che hanno colpito ai tempi dell’occupazione occidentale anche numerosi civili.

L’ossessione shaytanica della violenza si esprime inoltre con la legge sulla blasfemia, o quanto meno con l’applicazione crudele e ingiusta che ne viene fatta, che colpisce nella maggioranza dei casi essere umani innocenti, anche musulmani, vittime di calunnie e vendette personali. Infine, come dimenticare che il Pakistan ha nascosto a lungo come latitante il leader di al-Qāʿida, Osama bin Laden, e che è il paese dove in scuole religiose femminili alle bambine musulmane s’insegna come decapitare?

Insomma, il Pakistan, con ogni evidenza, è un paese “malato”. E che le solite malelingue con la coda di paglia (e la barba lunga!) non dicano adesso che lavoriamo per Modi, il presidente indiano. L’accusa è priva di senso, oltre che di qualsivoglia fondamento. Di Modi anzi non vediamo l’ora di scrivere in un prossimo articolo, dove verrà messo in evidenza come l’estremismo induista che si è abbattuto sui fratelli e le sorelle musulmani in India sia il frutto amaro anche dell’ossessione shaytanica della violenza di cui il vicino pakistano non riesce a liberarsi.

Non ci resta quindi che rivolgere le nostre preghiere ad Allāh subhanahu wa ta’ala, affinché faccia discendere la grazia della Sua guarigione sul Pakistan. Ne ha davvero bisogno.

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