LA JIHĀD DELLE DONNE

Riceviamo e pubblichiamo un commento giunto a Jihād senza Spada da parte di una sorella italiana, Iman F., musulmana di nascita, con spunti di profondo acume e sensibilità che non poche riflessioni hanno generato all’interno della redazione del blog. Buona lettura!

Ci ho messo un po’ a decidere se scrivervi o meno, ma alla fine mi sono convinta. Leggendovi sul blog ho capito che, anche se parliamo di argomenti diversi, in fondo abbiamo lo stesso interesse. Tutti noi stiamo cercando di ritrovare la vera essenza dell’Islām, quella che predica giustizia ed uguaglianza. E di vero Islām voglio parlarvi, in particolare per quello che riguarda le donne.

Un fatto recente mi ha colpito profondamente: il ritrovamento, avvenuto lo scorso 6 novembre, dei corpi devastati e senza vita di quattro attiviste afghane, tra cui Forouzan Safi, da tempo in prima fila nell’attivismo dei diritti all’educazione e al lavoro delle donne nel Paese. In realtà non è nemmeno l’unico episodio di repressione violenta della voce femminile in Afghanistan. Infatti, risale alla fine ottobre la notizia di Mahjabin Hakimi, una delle pallavoliste della nazionale junior afghana decapitata dalle milizie del Movimento Talebano per aver giocato a volto scoperto in competizioni internazionali. Secondo loro, infatti, “non è necessario che le donne pratichino sport, in particolare in pubblico”.

È da due mesi che a Kabul gruppi di donne protestano contro questa pesante e improvvisa limitazione dei loro diritti e delle loro libertà da parte del regime dell’Emirato cosiddetto “Islamico”, subendo repressioni barbare e violente. Eppure sembravano sinceri questa volta, gli esponenti del nuovo governo, quando promettevano alla televisione che il loro Emirato sarebbe stato VERAMENTE ISLAMICO, e non questo scempio retrogrado. Invece eccoci tornati direttamente nell’epoca della Jahiliyya, facendo sembrare la Ummah islamica al resto del mondo come una società di trogloditi… non è questo che il sacro testo della Rivelazione coranica ci insegna. Non è questo che il Profeta ha predicato.

Effettivamente questi fatti sono per l’Afghanistan una storia che si ripete. Non possiamo dimenticare tutto quello che il primo governo talebano ha fatto alle donne, cercando di renderle invisibili e mute attraverso una serie di divieti assurdi, relegandole all’ambiente domestico con la scusa di proteggerle e punendole severamente quando tale “protezione” veniva da loro respinta.

Insomma, con la scusa del ritorno all’Islām delle origini, i talebani hanno fatto di tutto per annientare la donna, trattandola da essere complementare all’uomo perché, secondo loro, l’Islām dice che la donna, essendo stata creata da una costola dell’uomo ed essendo quindi derivata da lui, per sua natura è secondaria. E non solo sarebbe stata creata dall’uomo, ma anche per l’uomo e per il suo godimento fisico. Ma siamo proprio sicuri che questa visione corrisponda a quella della Rivelazione divina?

In realtà, l’uguaglianza tra uomo e donna è un concetto ripetuto tante volte nel Corano: “O uomini! Temete Iddio, il quale vi creò da una persona sola. Ne creò la compagna e suscitò da quei due esseri uomini molti e donne; temete dunque quel Dio nel nome del quale vi chiedete favori l’un l’altro, e rispettate le viscere che vi hanno portato, perché Dio è su voi e vi osserva” (4:1).

In verità i dati a Dio e le date a Dio, i credenti e le credenti, i devoti e le devote, i sinceri e le sincere, i pazienti e le pazienti, gli umili e le umili, i donatori d’elemosina e le donatrici, i digiunanti e le digiunanti, i casti e le caste, gli oranti spesso e le oranti, a tutti Dio ha preparato perdono e mercede immensa” (33:35).

Ma i credenti e le credenti sono l’un l’altro amici e fratelli, invitano ad atti lodevoli e gli atti biasimevoli sconsigliano, e compiono la Preghiera e pagano la Decima e obbediscono a Dio e al suo Messaggero: di questi Dio avrà misericordia, ché Egli è potente e sapiente” (9:71).

Dunque, se non viene dal sacro Corano, che predica giustizia e uguaglianza tra gli uomini e le donne, da dove arriva questa visione maschilista e patriarcale dell’Islam che gli estremisti enfatizzano tanto? E perché è comunque presente in tutti i paesi che hanno una storia islamica secolare alle spalle? La risposta è semplice. Deriva dal fatto che per 14 secoli il Corano e le altre fonti sono state lette, interpretate, commentate e tradotte soltanto da uomini che, a partire dal periodo di Medina, quando il Profeta aveva bisogno di stabilire delle leggi di convivenza per la nuova comunità che si era formata, hanno cercato di costruire e difendere un sistema sociale e politico a loro favorevole, attraverso un accesso esclusivamente maschile alle fonti.

La pretesa supremazia degli uomini nell’Islām, le ingiustizie e le persecuzioni praticate contro le donne si poggiano su una serie di versetti Rivelati al Profeta nel periodo di Medina (4:3 sulla poligamia, 4:11 sull’eredità, 2:282 sui contratti e testimoni, 2:228 sul divorzio, 24:2-5 e 4:34 sulle punizioni per l’adulterio) che andrebbero quindi letti alla luce del loro contesto storico e ora riadeguati alla nostra realtà contemporanea, non presi alla lettera! Per questo, è necessario rileggere il Corano e portarne alla luce il vero senso originario.

Questo processo è finalmente in atto, ed ecco perché la maggior parte delle istituzioni ortodosse islamiche nel 2005 accusò di eresia l’afroamericana Amina Wadud, la prima Imamah della storia moderna, per aver condotto la preghiera del venerdì di fronte a una Ummah mista di uomini e donne, in Sudafrica, creando non poco scalpore. La comunità infatti si divise tra chi riteneva che la consuetudine andasse difesa e chi, invece, credeva nella necessità di una rilettura delle fonti islamiche. Tra questi ultimi, la Commissione Islamica Spagnola, l’allora Gran Mufti egiziano Ali Gooma e lo stesso Gamal Al Banna, fratello minore del fondatore dei Fratelli Musulmani, il quale ha ricordato che “la preghiera delle donne trova fondamento nei testi islamici”.

Con i riflettori accesi su di sé, Amina Wadud accettò l’invito di condurre la preghiera del venerdì anche a New York. Tre moschee e una galleria d’arte rinunciarono una dopo l’altra ad ospitare la preghiera dell’Imamah dopo aver ricevuto la minaccia di venir fatte saltare in aria. Alla fine si riuscì a trovare un luogo e Amina Wadud pronunciò la sua Khutba alternando frasi in arabo e in inglese. In seguito all’evento e al clamore che suscitò, anche Amina Wadud ricevette delle minacce di morte e un sito jihadista si rivolse ad Osama bin Laden chiedendogli di esprimersi con una fatwa contro di lei e tutte le donne coinvolte nell’evento.

Ma perché tanto rumore per una donna che guida la preghiera? In fondo, nel Corano non c’è nessun divieto al riguardo. Anzi, nel Kitab al Tabaqat di Ibn Sa’d (8:335) si narra che fu proprio il Profeta a chiedere a una donna, Umm Waraqa, di condurre la preghiera nella sua casa dove c’erano anche uomini, perché lei conosceva il Corano a memoria ed era la più preparata in quel contesto, in quel momento. E dopo la morte del Profeta, altre donne, le sue vedove, hanno svolto il ruolo di Imamah per le altre appartenenti alle comunità (Ibn Sa’d, Kitab al-Tabaqat, 8 335-56). Questo perché chiunque, se prega, può condurre la preghiera: uomo o donna che sia. Il ruolo dell’imam è solo funzionale. Il punto allora non è questo. Non è se conduce la preghiera una donna piuttosto che un uomo. Il punto è la leadership politica dell’imam, perché nell’Islām, dove religione e politica sono fusi in un’unica realtà, un imamato anche femminile costituirebbe una minaccia per il sistema sociale e politico costruito dagli uomini tanto faticosamente.  

Un ritorno agli insegnamenti del Corano è davvero necessario, in questo sono d’accordo con i talebani. Ma dobbiamo rileggerlo con occhi puri e senza i pregiudizi del passato ed è il Corano stesso che ci indica come farlo: fu proprio Dio che ordinò al Profeta Iqrā’! “leggi!” prima di iniziare la Rivelazione.

“O donne del Profeta! Voi non siete come le altre donne. Se temete Iddio, non siate troppo umili nel parlare [agli uomini], che non accada vi desideri chi ha un morbo nel cuore, ma con dignità parlate” (33:32).

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