IL RITORNO DEI TALEBANI IN AFGHANISTAN: IL PUNTO DI VISTA DI “JIHAD SENZA SPADA”

Mentre prosegue la conta delle vittime dei terribili attacchi sferrati dall’ISIS all’aeroporto di Kabul (90 morti e 150 feriti finora), prosegue tra i musulmani la discussione in merito al ritorno dei Talebani in Afghanistan. Sull’argomento, i fedeli dell’Islām si sono mostrati in primo luogo divisi, con la diatriba tra i simpatizzanti, più o meno evidenti, del gruppo e coloro che ne invocano un cambiamento a 180 gradi rispetto alla condotta assunta durante la prima esperienza al governo del paese, ritenuta gravemente anti-islamica.

Altri invece si sentono confusi e smarriti, in mezzo a una marea d’informazioni e ottiche contrastanti. Non sanno con esattezza da che parte stare e sono così alla ricerca di spiegazioni e chiavi di lettura risolutive, correndo però il rischio d’imbattersi in qualche “Luce” posta lungo la via per abbagliare, più che illuminarli.

In tale quadro, proviamo anche noi di “Jihād senza Spada” ad esprimere un punto di vista sul ritorno dei Talebani in Afghanistan, non ritenendo necessario ricorrere a dogmatismi e dotti riferimenti di circostanza a sostegno delle nostre tesi, ma con la convinzione di fornire un contributo costruttivo, e con tutti i crismi dell’islamicità, allo “sforzo” di riflessione comune che sta interpellando l’intera Ummah.

Serenamente, allora, affermiamo di concordare con coloro che stimano il servizio finora offerto all’Islām dai Talebani come quanto meno nefasto. Non c’è infatti nulla di autenticamente shariatico nelle dinamiche del rapporto uomo-donna e, in generale, nella concezione del ruolo delle donne che ha caratterizzato la presunta società islamica imposta precedentemente dal gruppo. Mentre c’è senza dubbio qualcosa di spiccatamente shaytanico e “sviato” nell’associarsi a un’organizzazione terroristica come Al Qāʿida (ed anche al cosiddetto Haqqani Network).

Al netto delle dichiarazioni d’intenti successive alla riconquista del potere, i segnali che giungono attualmente dal caos afghano sono contrastanti. Restiamo pertanto in attesa che la matassa si dipani per poter esprimere valutazioni complessive con maggiore cognizione di causa. Come precisato dal Presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, “le azioni dei Talebani, non le loro parole, determineranno come il processo che sta per cominciare prenderà forma”, riferendosi alla composizione del nuovo governo, insistendo sulla necessità di dar vita a un esecutivo “inclusivo che rifletta tutti i segmenti della società”.

“L’Emirato Islamico non vuole che le donne siano vittime. Le donne dovrebbero essere nella struttura del governo secondo la legge della Shari’a”, aveva in precedenza rassicurato un alto esponente talebano. Vedere per credere, con l’onere della prova che spetta naturalmente ai Talebani.

Qual è lo scenario ideale? Quello che “Jihād senza Spada” vorrebbe vedere è un Afghanistan dove venga dichiarato ḥarām il ricorso alla violenza, in ogni sua espressione:

la violenza del terrorismo dell’ISIS e di Al Qāʿida, con i Talebani chiamati doverosamente a dissociarsi anche da quest’ultima e a combatterla con tutte le loro forze;

‒ la violenza contro le donne, poiché frusta e gabbia sociale sono manifestazioni di una sub-cultura retriva e ultra-patriarcale totalmente antitetica alla Shari’a;

‒ la violenza contro le etnie non-Pashtun o contro altre denominazioni religiose, che devono essere libere di vivere in pace e sicurezza in quanto, è sempre bene ricordarlo, sotto la protezione musulmana “non c’è costrizione nella religione” (Sūrah “Al Baqara”, 2:256);

la violenza contro gli oppositori politici e gli afghani, civili e non, legati alle amministrazioni che si sono susseguite dalla fine del 2001 in poi, affinché il nuovo corso che il paese sta intraprendendo coinvolga l’intera comunità, senza che abbiano luogo sanguinose rappresaglie e vendette (“Chi toglie una vita ‒ se non come punizione per omicidio o per aver diffuso il male […] – sarà come se uccidesse l’intera umanità; e chiunque salvi una vita, sarà come se avrà salvato tutta l’umanità ‒ Sūrah “Al Mā’ida”, 5:32).

Tuttavia, le cronache dei media, come le testimonianze che abbiamo raccolto direttamente da interlocutori locali, dipingono uno scenario particolarmente sfavorevole sia per i “collaborazionisti”, oggetto di minacce e retate, che per le donne, con la ripresa di soprusi e percosse. Neppure i giornalisti sono stati risparmiati, malgrado le garanzie offerte dai Talebani in merito al rispetto della libertà di stampa. Tali notizie, secondo alcuni, sarebbero però inattendibili, provenendo da fonti “miscredenti” e “immorali”.

Il problema della veridicità delle notizie è reale e riguarda in generale anche altri ambiti. La prudenza pertanto è d’obbligo, ma tacciare sistematicamente ogni notizia che non mette in buona luce i Talebani di essere una fabbricazione degli “occidentali” tesa a screditarne l’immagine, sembra anch’esso un metodo di propaganda che i simpatizzanti del gruppo (e di Al Qāʿida) hanno adottato già a partire dalla metà degli anni ’90 e che serve oggi a sostenere la causa della riconquista del potere in Afghanistan sotto il profilo storico e, soprattutto, politico-ideologico.

Che i Talebani, insieme ad Al Qāʿida, abbiano compiuto a dir poco degli “eccessi” (Sūrah “Al Mā’ida”, 5:32), comprese stragi e attacchi suicidi, è comunque ampiamente corroborato e indubitabile. Ora, i Talebani hanno di fronte a sé l’opportunità di mostrare un volto diverso, la coglieranno?

Dalla leadership talebana continuano a giungere rassicurazioni per il futuro, senza negare che violazioni recenti siano state effettivamente perpetrate, imputandole in sostanza a un disordine post-conflitto a cui promettono di porre rimedio strada facendo. Nel frattempo, alle donne è stato suggerito di non andare a lavoro e restare a casa, come misura “temporanea” in attesa che “la situazione torni alla normalità” e che vengano introdotti provvedimenti speciali che dovrebbero garantire alle donne di “non essere trattate irrispettosamente”, e “poi potranno tornare al posto di lavoro”.

L’annuncio è stato accompagnato dall’ammissione che i combattenti “non sono addestrati” a rispettare le donne, equivalente a una richiesta di pazienza e fiducia, accolta tuttavia con generale scetticismo, nel sospetto che la temporaneità della misura non sia altro che l’anticamera di un ritorno al passato, guardato con orrore dal resto degli afghani, che i Talebani li hanno davvero conosciuti da vicino. La portata di tale orrore è esemplificata dalla moltitudine in fuga ammassata da giorni dentro e fuori l’aeroporto di Kabul: anche quelle immagini non sarebbero attendibili?

Famiglie, bambini, giovani, donne, uomini e anziani: centina di migliaia di musulmani afghani che temono per la propria vita oggi e per quella di domani. Non si tratta neppure di miscredenti, infedeli o apostati, ma di fratelli e sorelle musulmani che scappano. La leadership talebana ha compreso da chi e, soprattutto, da che cosa? Il nuovo governo dominato dai Talebani avrebbe bisogno di coinvolgere le forze migliori nella stabilizzazione e nella ricostruzione del paese, se ciò rientra realmente negli interessi del gruppo. Non sarebbe dunque ragionevole lasciar scorrere l’emorragia di “risorse umane” senza intervenire, offrendo concrete prospettive di pace e sicurezza a tutti gli afghani, specie la nuova generazione, che in segno di protesta si è riversata coraggiosamente nelle strade della capitale e di altre importanti città del paese nel giorno dell’anniversario dell’indipendenza.

Una vana speranza di comportamento responsabile da parte dei Talebani? Come vano è attendersi la fine delle ingerenze straniere negli affari interni dell’Afghanistan? Qualunque forza politica afghana che si lasci manipolare dall’esterno commetterà gli stessi errori del passato e avrà vita breve, causando altre sofferenze alla popolazione: i Talebani ci pensino bene prima di farsi stringere nella morsa di Cina e Iran, restando al contempo avviluppati nei doppi giochi del solito Pakistan.

Il futuro dell’Afghanistan è nuovamente nelle mani dei Talebani. Gli effetti del loro operato si ripercuoteranno sull’intera Ummah e la responsabilità di cui sono investiti è perciò ancora più grande. Il pensiero va allora al monito che Allāh (swt) ha affidato al Suo Messaggero, l’amato Profeta Muhammad (saw), nel Sublime Qu’ran: “Da parte del vostro Signore vi sono giunti appelli alla lungimiranza. Chi dunque vede chiaro, è a suo vantaggio; chi resta cieco, è a suo danno. Io non sono il vostro custode” (Sūrah “Al An‘ām”, 6:104).

Talebani, se questa volta desiderate davvero camminare sulla “Retta Via” (Sūrah “Al Fātiha”, 1:6), ascoltate e mettete in pratica le parole dell’Altissimo.

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