SAMAN ABBAS: MAI PIÙ “MATRIMONI FORZATI” TRA I MUSULMANI

Mentre nella provincia di Reggio Emilia proseguono le ricerche del corpo di Saman Abbas, il processo mediatico ha individuato nell’Islām il mandante del probabile omicidio della diciottenne di origine pakistana ad opera di membri della sua famiglia. Le ragioni dell’accusa si basano sui soliti stereotipi e luoghi comuni, stando ai quali il “matrimonio forzato” sarebbe un istituto previsto e promosso dalla “legge islamica” (Shari’a), che avallerebbe persino il ricorso alla violenza contro la donna in caso di rifiuto, fino alle più estreme conseguenze come accaduto a Saman e ad altre ragazze come lei.

Niente di più falso, come hanno opportunamente spiegato con interventi ufficiali importanti organizzazioni musulmane in Italia, seppur scegliendo approcci e modalità differenti (si veda, a tal proposito, il disaccordo tra il Centro Islamico Culturale d’Italia e la Confederazione Islamica Italiana, da un lato, e l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, dall’altro, sull’opportunità di ricorrere a un “parere religioso” o “fatwā”).

Per smontare le fallaci argomentazioni dell’accusa, basta infatti guardare all’interno delle sacre scritture dell’Islām, i cui principi e valori vietano espressamente la pratica dei “matrimoni forzati” e difendono il diritto della donna alla “libertà di scelta”.

L’ISLĀM PROIBISCE I “MATRIMONI FORZATI”
Vista la tendenza della gran parte dell’opinione pubblica a porre l’Islām sul banco degli imputati, in molti resteranno sorpresi dall’apprendere che le “fonti islamiche” su cui si basa la Shari’a proibiscono categoricamente qualsivoglia imposizione nel contrarre matrimonio a danno delle donne. La loro “libertà di scelta” è infatti saldamente radicata in primo luogo nel Corano, precisamente nel principio “non c’è costrizione nella religione” (Sūrah “Al Baqara”, 2:256), che si applica anche al matrimonio, fondato sul reciproco “amore” (Mawadda) e sulla “misericordia” (Rahmā), da intendere anche come compassione o tenerezza reciproca che Allāh ispira agli sposi (Sūrah Ar-Rūm, 30:21).

La “libertà di scelta” è poi sancita nella Sunnah del Profeta Muhammad (saw), dove, in un Hadīth,si narra di come il Messaggero di Allāh (swt) abbia annullato il matrimonio di una donna obbligata dal padre a sposare un uomo, affermando che per una donna non può esserci matrimonio “senza il suo consenso” (Bukhari, 6968; Sahīh Muslim, 1419). La necessità del “consenso” viene ribadita in altri Hadīth e trova ulteriore conferma in un episodio riportato nella Sirah, quando il Profeta Muhammad (saw), interpellato da una donna che si era recata da Lui per denunciare il padre che l’aveva costretta a sposarsi, lascia alla donna la decisione di proseguire con l’unione o annullarla. La donna infine accetta ‒ liberamente ‒ la volontà del genitore, ma dichiarando di voler “far sapere a tutte le donne che la decisione finale [sul proprio matrimonio] non spetta ai padri”.

Messa in chiaro la contrarietà dell’Islām nei confronti dei “matrimoni forzati”, occorre comprendere il motivo per il quale l’“ignoranza” sull’argomento investe anzitutto gli stessi musulmani. Tale pratica resta infatti diffusa ancora oggi in diversi contesti islamici, con conseguenze drammatiche per un numero altissimo di donne. Come si spiega una così grave incongruenza?

LA “VERITÀ” DELL’ISLĀM, L’“IGNORANZA” DEI MUSULMANI
La “Rivelazione” del Corano e gli insegnamenti del Profeta Muhammad (saw) sono intervenuti a mostrare la “Retta Via” anche nella gestione degli affari della Ummah, affinché il Dīn dei musulmani, a livello collettivo e non solo individuale,potesse conformarsi alle aspettative di Allāh (swt) per ottenere la “Salvezza” nel “Giorno del Giudizio”: “Sorga tra voi una comunità che inviti al bene, incoraggi ciò che è buono e proibisca ciò che è male” (Sūrah “Āl ‘Imrān”, 3:104).

In quest’ottica, il perfezionamento etico richiesto dall’Altissimo (swt) alla Ummah e alle sue componenti, continua a scontare un persistente deficit di “conoscenza” e piena interiorizzazione dei principi e dei valori dell’Islām, che in molti casi ancora consente a pratiche primitive e a dir poco triviali – i “matrimoni forzati”, al pari di altre violazioni dei diritti e della dignità delle donne come l’“infibulazione” ‒ di confondersi con la religione e restare vigenti, malgrado l’Islām le abbia già appositamente condannate e abrogate da oltre mille e quattrocento anni.

Il peggior esempio è offerto dall’Arabia Saudita, il paese che paradossalmente comprende i luoghi dove è avvenuta la predicazione del Profeta Muhammad (saw) e che solo recentemente ha dichiarato illegali “consuetudini” locali pre-islamiche di stampo ultra-patriarcale come il riservare la donna, fin dall’infanzia, a un suo parente o la richiesta dell’opinione di un cugino della donna avanzata dai genitori prima che questa si sposi, in quanto il cugino avrebbe la priorità su di lei quale potenziale marito.

Dei “matrimoni forzati” hanno fatto largo uso e abuso organizzazioni terroristiche come l’ISIS, Al Shabaab e Boko Haram, per le quali le donne rappresentano un prezioso incentivo per attrarre nuovi combattenti, un vero e proprio “premio” di adesione. La prassi invalsa è quella di sottrarre alle famiglie locali le future consorti, che vengono poi costrette a sposarsi con un militante. Al loro ritorno, quando c’è un ritorno, vengono oltretutto disconosciute e rigettate dalle famiglie, clan o tribù di appartenenza, anche se accompagnate da figli, poiché corrotte e rese “impure” dalla relazione che hanno avuto. A ciò vanno ad aggiungersi le numerose giovani “radicalizzate” partite dall’Europa e da altre aree del mondo in direzione di Siria e Iraq negli anni del sedicente “stato islamico”, in qualità di promesse spose dei militanti dell’ISIS. Ma cosa c’è d’islamico in tutte queste aberrazioni generate dall’estremismo? La domanda è retorica, naturalmente.

In Asia, desta scalpore il caso di un altro paese che si definisce “islamico”, vale a dire il Pakistan, nel quale la piaga dei “matrimoni forzati” è dilagante, nonostante siano esplicitamente proibiti dalla Costituzione, oltre che dalla Shari’a. La ribellione a tale piaga può prendere rotte di estrema disperazione, come nel caso di Aasia Bibi, la giovane che nel 2017, all’età di 21 anni, ha finito per provocare inavvertitamente la morte di 17 membri della famiglia del marito, sposato contro la sua volontà, dopo che questi non aveva bevuto il bicchiere di latte nel quale aveva messo del veleno. Con quel latte, la suocera di Aasia aveva poi preparato una bevanda, servita a 27 familiari, di cui solo 10 sono sopravvissuti.

“Ho chiesto ripetutamente ai miei genitori di non sposarmi contro la mia volontà poiché la mia religione, l’Islām, mi consente anche di scegliere l’uomo per il matrimonio, ma i miei genitori hanno rifiutato tutte le mie suppliche”, ha affermato Aasia. “Li avevo avvertiti che ero disposta a fare qualsiasi cosa per uscire dal matrimonio, ma si sono rifiutati di permettere il divorzio”.

DAL PAKISTAN ALL’ITALIA
È possibile che anche Saman Abbas conoscesse quanto previsto dall’Islām, contrariamente all’“ignoranza” dei propri familiari, estensione in Italia della sub-cultura e della mentalità dominanti in Pakistan che continuano a mietere vittime anche oltreconfine. Quello di Saman non è infatti un episodio isolato, ma è solo l’ultimo di una serie di delitti. Nel 2006, Hina Saleem, sempre d’origine pakistana, fu barbaramente uccisa in un agguato tesole dal padre, lo zio e due cognati, che la seppellirono nell’orto di casa. Non aveva ancora compiuto 21 anni e non intendeva sposare l’uomo che la famiglia intendeva imporle.

Altri casi eclatanti, passati agli onori delle cronache, sono stati quello di Sanaa Dafani, uccisa dal padre nel 2009 quando aveva appena 18 anni; Rachida Radi, uccisa nel 2011 dal marito all’età di 35 anni; Souad Alloumi, 28 enne uccisa dall’ex marito nel 2018: giovani donne originarie del Marocco, assassinate non per aver cercato di sottrarsi a un “matrimonio forzato”, ma per essersi comunque scontrate con la stessa sub-cultura e mentalità che ha emesso una sentenza di condanna a morte per Saman e Hina.

“Merito” di una simile deriva va alla catena plurisecolare che trasmette “consuetudini” denigranti per la donna musulmana di generazione in generazione, quindi di cattivo “imam” in cattivo “imam” e di cattivo “maestro” in cattivo “maestro”. La confusione tra Islām e “codici d’onore” o usanze tribali “sviate” è giunta fino ai nostri giorni ed è dura a morire proprio perché tenuta in vita e alimentata da responsabili dell’orientamento religioso e dell’educazione dei musulmani, che condizionano negativamente e in maniera diffusa ancora oggi la forma mentis e i comportamenti dei membri di molte famiglie, invece d’illuminarli e accrescere la loro “conoscenza” su quanto sancito effettivamente dalla “Rivelazione” di Allāh (swt) trascritta nel Corano e dagli insegnamenti del Profeta Muhammad (saw).

Quanti cattivi “imam” e cattivi “maestri” infestano tuttora le moschee, le scuole e la vita delle comunità musulmane in Italia, come nel resto d’Europa? Si tratta di operatori al servizio d’Iblīs, che adulterano il vero Islām per scardinare dall’interno il disegno di “Salvezza” voluto da Allāh (swt) per l’umanità, sovvertendo nel caso specifico il ruolo che la donna musulmana è chiamata ad esercitare nel “mondo”, paesi occidentali compresi.

Tra l’Islām e certi (mal)costumi e attitudini “occidentali” che riguardano le donne, esistono indubbiamente motivi di tensione e profondo disaccordo, ed è questa una delle grandi questioni che i musulmani sono chiamati intelligentemente a dirimere. Come? Prendendo le mosse dalla concezione autentica che l’Islām ha dell’essere femminile, secondo cui le priorità legate alla famiglia si “sposano” perfettamente con la realizzazione della donna in altri campi della vita terrena. Nel corso della storia, dalle mogli del Profeta Muhammad (saw) in poi, sono infatti numerosi gli esempi di donne musulmane impegnate attivamente e con successo nel “mondo” in ambito politico, economico, artistico, scientifico, incluse le scienze islamiche come teologhe e filosofe.

La funzione “divina” della donna, quale ingranaggio imprescindibile per il perfezionamento e l’unità della Ummah, è invece una minaccia per i disegni malvagi e distruttivi d’Iblīs, il Satana nemico di Allāh (swt). Ecco dunque i cattivi “imam” e i cattivi “maestri” inquinare la verità dell’Islām per brandire le cattive “consuetudini” come fossero una clava con cui schiacciare la donna musulmana, favorendo, in un sol colpo, la disgregazione delle famiglie (nucleo fondativo della “comunità dei credenti”), il regresso o il blocco dell’avanzamento spirituale, etico e culturale dei musulmani, nonché l’allontanamento delle donne dalla “Retta Via”: l’estremizzazione della componente maschile in un maschilismo autoritario, coercitivo e violento, a cui è stata ingannevolmente attribuita una connotazione religiosa, determina in conseguenza lo “sviamento” di molte donne, che reagiscono all’oppressione ponendosi in aperta contrapposizione con l’Islām in termini di valori, principi e modi di essere e comportarsi, fino ad abbracciare il classico discorso ideologico femminista ateo, ultra-secolarizzato e laicista, che da tempo ha preso il sopravvento nei paesi occidentali e si pone come radicalmente anti-islamico.

La necessità di liberare i musulmani da subculture e mentalità a dir poco misogine e in alcun modo riconducibili al vero Islām, è stata opportunamente sottolineata dalle organizzazioni musulmane che sono intervenute nel dibattitto successivo alla scomparsa e al probabile omicidio di Saman Abbas. Sulla stessa linea, si sono attestate le posizioni sui media di autorevoli esponenti della comunità musulmana in Italia, sia religiosi che intellettuali, mentre alla coscienza della gran parte dei credenti ripugna senza esitazioni il ripetersi di tragiche circostanze che gettano ingiustamente fango sulla loro fede, mettendo in discussione il legittimo status di musulmani nel contesto della società italiana.

D’altro canto, cosa è stato fatto finora dagli stessi musulmani per contrastare la pratica dei “matrimoni forzati” e, in generale, a favore dei diritti delle donne musulmane? Il ripetersi di violenze eclatanti non è altro che la punta dell’iceberg, la manifestazione visibile di un tormento e di mortificazioni che continuano ad attanagliare migliaia di donne musulmane, specie in contesti legati all’immigrazione. Se qualcosa è stato fatto, l’annosità della problematica e il suo perpetuarsi, indicano chiaramente che lo “sforzo” (Jihād) profuso al fine di spezzare la catena di trasmissione delle cattive “consuetudini” contro le donne musulmane, mandata avanti e fatta funzionare dai cattivi “imam” e dai cattivi “maestri” per conto d’Iblīs, è stato largamente insufficiente, oltre che inefficace.

Saman Abbas, e tutte le giovani vittime che l’hanno preceduta, chiamano pertanto i musulmani a passare dalle parole ai fatti. Alle riflessioni e alle dichiarazioni d’intenti, devono seguire azioni decisive per ripristinare la “verità” dell’Islām una volta per tutte anche in merito al ruolo della donna, affinché possa sorgere finalmente quella “comunità che inviti al bene, incoraggi ciò che è buono e proibisca ciò che è male” (Sūrah “Āl ‘Imrān”, 3:104), che ancora tarda ad arrivare. Bi-ismi’llāhi Al Rahmāni Al Rahīm.

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